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d i Woody Allen (95')
TRAMA
Un gran personaggio e un piccolo mondo accogliente in cui muoversi ad
occhi chiusi, fidando nel potere della musica più amata: di questo
sembra avere bisogno il signor Allen, che gira (quasi in sordina, circondato
dalla falsa benevolenza che si accorda agli anziani maestri) il suo film
migliore da Pallottole Su Broadway. Emmet Ray, il virtuoso della chitarra
di cui il film ricostruisce la vicenda umana e artistica (nella forma
del falso documentario), è un eroe atipico della filmografia alleniana:
uno spaccone sciupafemmine dalle numerose debolezze (è alcolista
e persino cleptomane), magistralmente incarnato da un attore ai massimi
livelli della carriera, Sean Penn. Nei personaggi femminili ritroviamo
la mano che ha disegnato Annie e Alice: Hattie, la ragazza muta che rompe
la corazza di cinismo del grande chitarrista, è la donna fragile
e trasognata che attraversa con passo danzante tutto il cinema di Woody
Allen, mentre Blanche (interpretata da Uma Thurman) ripropone in termini
caricaturali certe asprezze che il regista newyorchese volentieri assegna
alle donne più cerebrali dei suoi film.
Il tono del racconto è
letterario e musicale insieme, con grande attenzione per il dettaglio
scenografico; non dimentichiamo che si tratta di un film ad alto budget
che ricrea gli ambienti delle maggiori città americane negli anni
Trenta. La scrittura risulta efficace nella misura in cui serve il personaggio
e non l'autore (come accadeva spesso negli ultimi film): consideriamo
che in tutta la parte in cui Emmet ha una relazione con Hattie, Penn deve
sostenere da solo un dialogo che ha dei momenti intensi e drammaticamente
compatti, senza quella ricerca della gag isolata o della battuta da antologia
che i fans si aspettano. Il film ne guadagna in coerenza, ed eccoci alla
musica, altro contributo fondamentale in questa direzione, ed anche elemento
autoreferenziale in un discorso "d'autore" (chi ha visto anche
solo un film di Woody Allen sa della sua predilezione assoluta per la
stagione swing del jazz).
La macchina da presa stringe
sul primo piano di Sean Penn impegnato in un'esecuzione difficile, quindi
scende senza stacchi ad inquadrarne le mani che sfrecciano sulle corde:
è il cinema "morale" caro al teorico francese Andrè
Bazin, per il quale un'azione deve essere ripresa in continuità,
senza "ingannare" lo spettatore (bisogna vedere se Bazin perdonerebbe
il fatto che le performance siano in realtà eseguite dal chitarrista
jazz Bucky Pizzarelli). In ultima analisi, Accordi e Disaccordi offre
allo spettatore il lato più raffinato di un autore eclettico, ben
assecondato da un ottimo direttore della fotografia come Zhao Fei (del
quale basta dire che ha lavorato con Chen Kaige ne L'Imperatore e L'Assassino):
e il movimento di macchina complesso, sinuoso, che riproduce la scena
di seduzione del "tradimento" di Blanche è un pezzo di
bravura impressionante che avvicina in un'unica soluzione di ripresa i
due attori lontani nel salone di un night club, mediante una combinazione
di panoramiche rapidissime e meditati carrelli; non sfuggirà allo
spettatore il legame di questi virtuosismi con quelli musicali dello stralunato
Emmet Ray. Leggerete ovunque, sul film e sul suo regista, chiacchiere
benevolenti e comprensive ("un Woody Allen minore, ma di gran gusto"):
ignoratele, ché di cose come Accordi e Disaccordi, in una stagione,
se ne vedono pochissime.
© 2000 reVision, Luca Bandirali
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