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di Miguel Littin (Italia-Spagna 103')
con Ornella Muti, Jorge Perugorría

TRAMA
Pochi minuti prima della fine del XIX secolo davanti alla cattedrale di Santiago del Cile Julius Popper ricorda la sua giovinezza nella Terra del Fuoco.


Film TV (30/5/2000)
Enrico Magrelli


Ci sono dei connubi che, già sulla carta, sono quasi inevitabilmente destinati al disastro: un cineasta militante degli anni di fuoco (fine '60-metà '70),il cileno Miguel Littin che, nonostante il rientro in patria a metà degli anni'80, non ha più ritrovato la forza di "La tierra prometida"; uno scrittore, Luis Sepùlveda, che si cimenta per la prima volta con la sceneggiatura; uno sceneggiatore di professione, Tonino Guerra, che vive da decenni di rendita e che di recente ha fatto danni inenarrabili, per esempio nei film di Anghelopulos. Tutti insieme per un film d'avventura, tra passione e leggenda, immerso nello scenario selvaggio della Terra del Fuoco. La storia di Julius Popper, che nel 1860 prende possesso della Terra del Fuoco per cercare l'oro e diventa un cacciatore di indios, è un'epopea che vorrebbe coniugare atmosfere del west (anche il west barbaro del brasiliano "Antonio das Mortes" di Glauber Rocha, capofila della rinascita latino-americana anni '70) con suggestioni metaforiche d'autore. Ma sguardo e ritmo non sono né onirici né avventurosi, ma quelli un po' spenti di una saga televisiva. E Popper finisce per essere non Aguirre, ma un John McCabe senza il dono del mito.


la Repubblica (20/5/2000)
Roberto Nepoti


CANNES - È da ieri nelle sale italiane Terra del fuoco, presentato nella sezione Un certain regard. Allo scadere del XIX secolo un mendicante ricorda la propria resistibile ascesa e rovinosa caduta: è Julius Popper (Jorge Perugorria) un ingegnere che, nel 1860, conquistò la Terra del fuoco e la Patagonia per conto della regina di Romania, la quale non ne sapeva assolutamente nulla. Coprodotto da Rai Cinema, diretto da un portabandiera del cinema politico come il cileno Miguel Littin, affiancato in sceneggiatura dai nomi prestigiosi di Luis Sepulveda e Tonino Guerra, il film racconta la storia della conquista in uno stile doppiamente epico. Da una parte l'epica alla Sergio Leone; dall'altra quella brechtiana, che corregge il tiro mostrando l'avidità e la megalomania del conquistatore, convinto di essere la fotocopia di Dio, e le orrende violenze perpetrate sugli indios. Associatosi alla prostituta Armenia (Ornella Muti), che conosce le terzine di Dante e sarà l'unica a trarre vantaggio dall'impresa, Popper raccoglie un'Armata Brancaleone di avventurieri reietti, li traveste da soldati, porta l'inciviltà dei popoli civili tra gli innocenti nativi, mettendo una taglia sulle loro orecchie e i loro testicoli. Quello che Littin dice è di certo giusto e "politically correct"; purtroppo, lo dice male. Eccessivamente didascalico per dare carne e sangue ai personaggi, appesantito da inutili divagazioni e vezzi formali, ripetitivo e recitato senza convinzione, Terra del fuoco ha in più una strana caratteristica: sembra un film di una volta, uscito da una scatola dimenticata per trent'anni su uno scaffale.


Sette (1/6/2000)
Claudio Carabba



La leggenda di Julius Popper, l'avventuriero che nella seconda metà dell'Ottocento si spinse ai limiti estremi della Patagonia, là dove il mondo finisce, sognando l'oro e il potere, ma si trasformò in un sanguinario massacratore di indios; salvo ritrovare l'utopia di un mondo migliore quando era troppo tardi. Tratto da un romanzo di Francisco Coloane, La terra dei fuoco era un film aspettato con simpatia. Ma la regia del fiero combattente cileno Miguel Littin è sciatta e ultrapiatta; le metafore antimperialiste piuttosto ingenue; la sceneggiatura, scritta da Littin medesimo insieme a Sepùlveda e Tonino Guerra, retorica e piena di buchi; gli interpreti (Jorge Perugorria, sfigurato da un trucco alla Sandokan, e Ornella Muti, nei panni della puttana imperiosa) disastrosi.


l'Unità (19/5/2000)
Alberto Crespi



(...) Il film è una storia bellissima, ma purtroppo Littin ritrova solo a tratti il respiro epico che caratterizzò suoi vecchi capolavori come La tierra prometida e Actas de Marusia. Qualcuno si offenderà, ma diremmo che il film ha visto in azione troppi scrittori: tratto da Coloane, scritto da Luis Sepùlveda, riscritto dopo lunghe chiacchierate con Tonino Guerra, è troppo verboso e troppo "poetico", mentre l'epopea stracciona di Popper andava raccontata con le armi del cinema muto.


Ciak (1/6/2000)
Stefano Lusardi



Si può peccare per overdose di idee. Qui, per esempio, tutti gli elementi fanno ben sperare: un regista militante alle prese con un tema a lui congeniale (gli orrori del colonialismo), Sepùlveda e Guerra a rendere più epica e più poetica la storia, i colori evocativi di Lanci e bella gente in scena, a partire dalla prostituta Ornella Muti che ama citare Dante. Ma nel film gli elementi non si combinano e anzi finiscono per creare un fastidioso cortocircuito: la denuncia di Littin risulta retorica e risaputa, la recitazione che vorrebbe essere straniata e brechtiana fa a pugni coi personaggi picareschi e con l'incongrua aulicità di certi dialoghi, la storia continua ad accumulare divagazioni immotivate e la strana armata del conquistatore Popper finisce per somigliare a quella di Brancaleone. Senza ironia, però, e con gran confusione.