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di Silvio Soldini (115')

TRAMA
Si intitolava Pane e Fiore un piccolo film di Mohsen Makhmalbaf, il regista
iraniano amico e collaboratore di Kiarostami; si chiama Pane e Tulipani
(ma la similitudine non è voluta, ché il regista dice di
essersi ispirato ad uno slogan delle operaie tessili americane) il quarto
lungometraggio di Silvio Soldini, quarantenne milanese. Nei due film è
preponderante il simbolismo, come indica il rimando al linguaggio dei
fiori nel titolo; ma nell'iraniano rimaneva tutto decifrabile, ad altezza-bambino,
mentre nell'italiano il sogno e il desiderio lavorano per disfare il piano
della realtà. E il simbolo, alle volte, è la soluzione narrativa
adottata al modo di una via di fuga dalla razionalità del racconto
(ma ogni simbolo poi chiede un'interpretazione, e come si fugge da un'interpretazione?).
Soldini vuol dirci che esistono incidenti (creativi) capaci di aprire
smagliature giganti nel tessuto apparentemente impenetrabile della routine
quotidiana: è quanto accade a Rosalba, moglie-madre-casalinga.
Una gita familiare a Paestum, una sosta prolungata all'Autogrill, il pullman
che riparte senza di lei: e la donna scopre d'un tratto la possibilità
di imprimere alla giornata (e poi alla vita) direzioni impreviste.

E' un viaggio iniziatico,
come ci conferma l'inquadratura in cui la donna legge "Huckleberry
Finn": e se la meta geografica è Venezia, la meta interiore
è il pensiero negativo, la liberazione dalle regole sociali. A
partire da questa considerazione, in virtù del costante aggiramento
del dilemma-verosimiglianza, Pane e Tulipani sembra illustrare una celebre
frase di Ernst Bloch: "Ciò che è non può essere
vero". Attorno a Rosalba, gli uomini sono appena sfumati nella loro
forma-funzione: Fernando, il maturo islandese, suadente e comprensivo
che l'accoglie in casa, a Venezia; un marito lavoratore infaticabile,
che grida invece di parlare; i figli adolescenti, uno regolarmente integrato,
che riproduce il padre, l'altro simile alla madre, debole e apatico; e
gli altri personaggi fiabeschi che la donna incontra lungo la strada.
Nella gestione della vicenda hanno una certa importanza i sogni di Rosalba,
inserti onirici che riassumono le esperienze appena vissute: il fatto
interessante è che Soldini visualizza il sogno coi procedimenti
tipici della condensazione, della sostituzione, dello spostamento, ma
senza introdurre gli artifici fotografici del cinema classico, né
particolari segni di punteggiatura; il regista si propone di restituire
all'immagine mentale una sua praticabilità cinematografica, e allora
il sogno è lì, con gli incontri impossibili, i volti mescolati,
le azioni illogiche e rivelatrici. Ma altri segni da decrittare si offrono
a Rosalba: i romantici biglietti che Fernando le lascia con la colazione
possiedono un significato ulteriore, che lei tenta di cogliere con gli
strumenti della grafologia (è questa una delle metafore più
scoperte del film, e più esterne al linguaggio delle immagini).

Costruito il congegno
narrativo, a Soldini non sfugge certo l'importanza del fatto cinematografico;
esteticamente Pane e Tulipani ha i pregi e i difetti dell'ultima generazione
degli "autori" europei, ed è una pellicola che si farà
apprezzare nel circuito dei festival (per la sicura qualità e anche
per le concessioni agli stereotipi del "genere" autoriale).
Ad un esito di valore assoluto perviene la grande sensibilità di
un direttore della fotografia come Luca Bigazzi, presente ovunque abbia
luogo un lavoro creativo sul colore (L'Amore Molesto, Così Ridevano).
In Pane e Tulipani Bigazzi stende il colore per audaci zone monocrome,
fortemente contrastate, trasfigurando ad arte la Venezia delle cartoline,
fino ad includere nel gioco cromatico i personaggi coi loro vestiti ed
accessori. Ad intensificare il simbolismo della diegesi, dunque, anche
i rapporti di colore risultano significanti ed irrobustiscono un discorso
che in qualche modo richiama il cinema di Almodovar (soprattutto quello
più recente e manierista). Il cast, attorno alla bravissima Licia
Maglietta, correda il film delle prove esemplari di interpreti come Bruno
Ganz; detto di un cameo musicale per Don Backy, non resta che notare,
nel finale di balli e canzoni, un che di forzatamente felliniano e magico
che appartiene proprio a "una certa idea del cinema europeo"
fortunatamente in disarmo.
© 2000 reVision, Luca Bandirali
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