
di Martin Scorsese (USA, 1988, 164')
con Willem Dafoe, Harvey Keitel
Il film più controverso mai realizzato sulla figura di Gesù
Cristo.
Uomo o Dio?
E’
sicuramente una di quelle realizzazioni visive, che miscelandosi ad
un’atmosfera e delle musiche firmate da Peter Gabriel (candidato
all’oscar) toglie il fiato. Una pellicola che i cattolici più
integralisti si sono affrettati a condannare, probabilmente perché
non riescono ad assimilare un modello del Cristo molto diverso da quello
presente nei vangeli. Ma cosa distacca la figura del Cristo di Scorsese,
tratto dal romanzo di Nikos Kazantzakis, rispetto alla figura del Cristo,
che pur bravi registi italiani, come Zeffirelli e Pasolini hanno tratteggiato,
così com’è stato presentato nei vangeli? Una differenza
fondamentale esiste, e non saprei definirla come propriamente simbolica,
perché esiste anche un’ingente volontà analitica
del personaggio, che lo rende corporeo. L’impulso descrittivo
si basa ad offrirci un’immagine del Cristo analoga a quella di
un uomo vero, non solo nell’aspetto, ma anche nell’anima.
Nelle sue brame carnali, che lo portano a desiderare una donna e dei
figli, nelle sue angosce, nei suoi dubbi e incertezze, s’intravede
la sua tersa sensibilità, che non evidenzia una trasfigurazione
da una condizione celeste (ritenuta superiore) ad un’umana (ritenuta
inferiore), rappresentata da un impegno inteso ad affinare una certa
sensibilità verso il genere umano, che appare sempre al suo cospetto
imperfetto e distaccato. Egli mette in risalto, attraverso le proprie
imperfezioni, un accordo spontaneo con gli uomini. Il suo dualismo anima-corpo,
trova un conflitto sempre più implacabile, fino a quando, nell’ultima
tentazione, immaginando di non sottomettersi alla volontà di
Dio per il desiderio di essere uomo (corpo), si rende conto che l’angelo
che lo induce ad accettare solamente la sua natura umana è Satana,
e felice si desta dall’incubo, accettando il sacrificio che gli
ha destinato il Padre per salvare l’umanità, che lo porta
a risorgere in puro spirito (anima). Interessante è anche la
matrice simbolica. Il Cristo diviene metafora dell’uomo, che incarna
in quest’ideale dualismo anima-corpo, la lotta tra condizione
umana ed elevazione della volontà. Se esaminiamo la seguente
frase di Kazantzakis, dell’omonimo romanzo: …”il desiderio
dell’uomo di arrivare fino a Dio è sempre stato per me
un mistero profondo e impenetrabile”, troviamo nel Cristo, quando
cerca il suo equivalente lato spirituale per calmare i dubbi circa la
sua natura, una relazione con l’uomo, che va alla ricerca di se
stesso, della propria anima, dove è possibile accedervi attraverso
un cammino di ricerca interiore. Interessante risulta la figura di Giuda,
presentatoci come il discepolo prediletto di Gesù, che non diviene
il famoso traditore dei vangeli, ma colui che è incaricato da
Gesù stesso a tradirlo, per portare avanti il piano di redenzione
e salvezza dell’uomo istituitogli da Dio. Ottime risultano le
interpretazioni, da Dafoe a Keitel, con la curiosa partecipazione di
Bowie, che appare in un cammeo. Ancora una volta un grande Scorsese
candidato all’oscar.
Ely 81 (fonte)