
Di Pier Paolo Pasolini (Italia/1964/132min)
Seminario 1999: Il vangelo secondo Matteo, analisi
del film
Friday, August 20, 1999
di Francesco Crispino
Settimo titolo della filmografia pasoliniana, Il Vangelo secondo Matteo
è l’opera che segna un’importante svolta - e, di
conseguenza, assume un’importanza decisiva - nel percorso cinematografico
dell’autore friulano. Pur confermando elementi di continuità
con il precedente periodo, infatti, la trasposizione cinematografica
del testo evangelico registra il mutamento (in atto anche nella produzione
lirica dell’autore ) sia nei temi che nello stile che avevano
caratterizzato il precedente periodo. Ne Il Vangelo, infatti, scompare
definitivamente la "borgata romana", sfondo ideologico-tematico
sia della narrativa pasoliniana degli anni ’50, sia delle iniziali
esperienze cinematografiche dell’autore: collaboratore ai dialoghi
(nel felliniano Le notti di Cabiria ad esempio), soggettista (La commare
secca, film d’esordio di Bernardo Bertolucci) e/o sceneggiatore
(soprattutto del Bolognini de Una giornata balorda e de La notte brava)
e, infine, direttamente come regista (Accattone, Mamma Roma, La ricotta).
Sul piano stilistico, invece, Pasolini abbandona la "sacralità
tecnica" che ne aveva contraddistinto l’esordio in favore
di uno stile "magmatico, caotico, asimmetrico" la cui unità
è rappresentata proprio dalla molteplicità e dalla diversità
(linguistica, stilistica, tecnica) che attraversano e caratterizzano
il testo filmico evangelico. E’ lo stesso Pasolini a dichiarare
che "eseguire Il Vangelo con una tecnica sacrale, ieratica, religiosa,
era far piovere sul bagnato, infatti mi venivano fuori delle immagini
tradizionali: un Cristo ieratico non era un Cristo; una panoramica solenne,
maestosa, su degli apostoli che ascoltano Cristo perdeva di significato,
mentre poteva avere valore sulle facce dei giovinottastri romani che
stavano ad ascoltare neghittosamente Accattone ". Insomma, da una
sintassi classica che aveva caratterizzato i titoli precedenti, Pasolini
passa ad una sintassi da "cinema di poesia".
E’ importante sottolineare che, con tale operazione, Pasolini
trasporta sul piano stilistico quella caratteristica specifica della
propria poetica che Fortini paragonò alla "sineciosi",
cioè la figura retorica che indica la compresenza di due termini
contrari all’interno della stessa frase. Ne Il Vangelo, insomma,
Pasolini rappresenta attraverso la Forma (e, in ciò, è
possibile riscontrare la continuità con La ricotta) quella "scandalosa"
contraddizione non risolta, quella vibrante tensione prodotta dall’"essere/
con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie
viscere ", quella ontologica irriducibilità del rapporto
tra Ragione ed Istinto, tra razionale materialismo ed irrazionale spiritualismo,
tra Storia e Pre-Storia che sono alla base della propria vis poetica.
Lo stile "magmatico e asimmetrico" proposto dal film è
fortemente caratterizzato da un’operazione poetica fondata su
una contaminazione.
Pasolini, infatti, adotta (e integra) un doppio punto di vista: quello
laico, storicistico, del Pasolini-regista non-credente e quello, irrazionalista
e religioso, del personaggio attraverso gli occhi del quale l’autore
di Casarsa media lo sguardo. Probabilmente, è per questo motivo
che, all’indomani della proiezione del film, da sinistra si privilegiò
l’interpretazione di un Cristo "marxista", portatore,
cioè, di una "prospettiva" storica, l’"uomo"
capace di immettere le masse nella Storia, mentre al centro e da parte
della critica cattolica, il film ottenne larghi consensi soprattutto
per la rigorosa fedeltà "illustrativa" al testo sacro,
"senza caricarla con ricostruzioni storiche". A ben vedere,
però, Il Vangelo secondo Matteo è un film che, sul piano
dei contenuti proposti, risente moltissimo del clima culturale del periodo,
animato dall’avvicinamento e caratterizzato dall’inizio
del dialogo tra le due forze ideologiche dominanti dell’Italia
del secondo dopoguerra: il cattolicesimo e il marxismo, appunto. Un
dialogo favorito soprattutto dall’opera di papa Giovanni XXIII
(al quale, non a caso, il film è dedicato ) e i cui riflessi
produssero il primo governo di centro-sinistra della storia italiana
(governo Moro).Il forte legame al contesto culturale nel quale si sviluppa,
però, non toglie al film indubbi valori estetici che vanno ben
al di là della colto figurativismo "illustrativo" che
gli venne inequivocabilmente attribuito. Esso, infatti, traduce attraverso
lo stile - primo film pasoliniano a farlo - quel senso della morte che
è, senza dubbio, la costante ideologica dell’intera produzione
artistica dell’autore. La morte, infatti, è la protagonista
di molti componimenti poetici del periodo friulano, dei racconti e dei
romanzi del periodo romano, di molta della sua produzione cinematografica
e teatrale. Non solo: la morte è uno degli elementi dell’analogia
poetica che è necessario porre al centro dell’edificio
teorico pasoliniano in ambito cinematografico. "La morte - sostiene
Pasolini - compie un fulmineo montaggio della nostra vita (…)
e il montaggio opera sul materiale del film quello che la morte opera
sulla vita ". Morte e montaggio, quindi, sono accomunati da una
doppia spinta che "sceglie i momenti veramente significativi (della
vita, del film) e li mette in successione " e che, di conseguenza,
produce senso: quello compiuto, definitivo. Nella (scientificamente)
improbabile quanto (poeticamente) affascinante analogia dell’autore
friulano, dove sembrano integrarsi le affermazioni di Sartre - che vede
nella morte la somma degli atti dell’uomo - e di Cocteau - che
vede il cinema come "morte al lavoro", è contenuto
un elemento fondamentale per comprendere il cinema di Pasolini. "Far
sentire" il cut, connotare espressivamente la giunta, l’attacco
di montaggio, mostrare il Montaggio, insomma, significa mostrare la
Morte e la spinta destoricizzante che accomuna i due termini della sopracitata
analogia. La morte e il "cut"/taglio di montaggio, infatti,
operano una sottrazione dell’Essere (della vita, del film) alla
Storia ed alla sua azione che ne trasforma continuamente ed inesorabilmente
il senso. (Im)ponendo un terminus ad quem, cioè delimitando l’Essere,
essi lo cristallizzano semanticamente, lo rendono definitivo e compiuto.
Il film evangelico, quindi, è importante soprattutto perché
è il primo film dove sembra maturare il ruolo ideologico del
montaggio, dove sembra emergere una (po)etica dell’estetica cinematografica
dell’artista. E’ il film dove si affaccia l’idea di
un "cinema di poesia" che, proprio pochi mesi dopo, lo stesso
autore teorizzò, contrapponendolo al "cinema di prosa ".

IL TESTO FILMICO
Il testo filmico si divide in 1129 inquadrature e un’ottantina
circa di sequenze. La struttura del film si può dividere in quattro
parti (o macrosintagmi narrativi):
1) la nascita e la fuga in Egitto (inqq. 1/177)
2) la predicazione in Galilea (inqq. 178/632)
3) l’arrivo a Gerusalemme (inqq. 633/930)
4) i processi, la morte e la resurrezione (inqq. 931/1129)
Fedele all’evangelista, Pasolini non aggiunge nessun episodio
né inserisce o modifica alcun dialogo che non sia contenuto nel
testo sacro, convinto che "nessuna immagine o nessuna parola inserita
potrà mai essere all’altezza poetica del testo" .
Contrariamente a quanto dichiara lo stesso Pasolini , però, l’ordine
del racconto viene talvolta alterato, anticipando, posticipando, dilatando
o condensando gli episodi scelti. E’ il caso, ad esempio, dell’episodio
della predicazione di Cristo agli apostoli (inqq. 293-310) che, rispetto
al testo letterario (dove occupa i capitoli IX e X), viene condensato
e notevolmente anticipato. Oppure dell’episodio riguardante il
"discorso della montagna" (inqq. 340-358) dove le omissioni
e gli spostamenti, operati nella fase di montaggio, lo rendono in qualche
modo differente da quello letterario, dove le aspre invettive e le immagini
simboliche si alternano alla narrazione di parabole .
Ciò che, però, differenzia maggiormente il testo filmico
pasoliniano da quello letterario è la dilatazione di alcuni episodi.
I casi più evidenti sono rappresentati dalla rappresentazione
del dramma umano dei tre apostoli (Pietro, Giuda e Andrea) e di Maria
durante il calvario di Cristo. Se, infatti, nel testo letterario il
dramma di Pietro è in parte accennato e quello di Giuda solamente
alluso, quelli di Andrea e quello di Maria non sono neppure evocati.
Tutti di altissima liricità, i quattro drammi umani trovano una
degna soluzione anche sul piano del linguaggio cinematografico. Su tutti,
basti citare quello di Pietro, seguito da un’empatica partecipazione
(costruita con la "macchina a mano" e piani ravvicinati) nel
momento dello smarrimento e della contraddizione, e poi dignitosamente
distanziato (con un movimento di allontanamento sempre "a mano"
della macchina da presa) nel momento della vergogna e del dolore. Mettendo
in scena tali drammi, dando loro, anzi, un’importanza narrativa
addirittura maggiore di quello "sacro" di Cristo, Pasolini
sottolinea l’istanza che è alla base della sua trasposizione:
mettere in evidenza il lato umano della vicenda. L’autore friulano,
infatti, sembra preoccupato di rappresentare non tanto le azioni (quelle
"che trasformano la realtà in Storia"), quanto le ripercussioni
che esse producono sugli uomini, sui loro destini cui, per incapacità
o impossibilità, essi non riescono a sottrarsi. Ciò è
confermato dall’elevato uso dei piani ravvicinati - più
della metà del totale (588) - rispetto ai piani medi (292) e
ai campi del film (249).
La figura di Maria, poi, merita una considerazione a parte. L’attenzione
particolare con cui viene rappresentata, fatta di brevi, ma intense
notazioni psicologiche - inserite (queste sì) ex novo rispetto
al testo letterario - e la scelta della propria madre da parte dello
stesso autore per il ruolo dell’anziana madre di Cristo, costituiscono
argomento di riflessione. Se, infatti, con la trasposizione cinematografica
de Il Vangelo secondo Matteo Pasolini intende rappresentare la vita
di Cristo attraverso il suo "umano" travaglio intellettuale,
con la serenità e la sicurezza del concepimento (seqq. I e IV),
con la malinconia per la coscienza del distacco (seq. XXXVII), con lo
straziante dolore della crocifissione (seqq. LXXIII e LXXVII/LXXIX),
l’autore friulano connota decisamente (anche) il percorso umano
di Maria.
Mettere in evidenza i lati umani - non a caso il dramma "sacro"
di Cristo è raccontato "a distanza", "raffreddato"
dai piani medi e dai campi, mentre il suo dramma "umano" nell’orto
di Gentsemani è vissuto da vicino, con numerosi piani ravvicinati
che ne sottolineano la partecipazione emotiva - e filtrarli attraverso
i canoni del figurativismo umanistico tre-quattrocentesco, ma anche
esaltare una visione epico-religiosa. Ne Il Vangelo, insomma, l’integrazione
tra due ideologie, tra due diversi punti di vista sottendono anche due
differenti visioni: quella estetico-umanista e quella epico-religiosa.
Integrazione/contaminazione di cui l’autore è perfettamente
conscio, e che, a livello stilistico, "combina il reverenziale
con momenti quasi documentaristici" (i due processi subiti da Cristo,
ad esempio, che seguono la tecnica del cinéma-verité).
Sulla figura del Cristo pasoliniano, poi, molto si è detto e
scritto per la plurivocità di interpretazioni che richiama. Non
si è sottolineato (o, quantomeno, non lo si è fatto abbastanza)
la vicinanza tra lo stesso autore di Casarsa e il "suo" Cristo,
la loro appartenenza alla stessa razza,
"…una razza che non accetta gli alibi,
una razza che nell’attimo in cui ride
si ricorda del pianto, e nel pianto del riso,
una razza che non si esime un giorno, un’ora,
dal dovere della presenza invasata,
della contraddizione in cui la vita non concede
mai adempimento alcuno, una razza che fa
della propria mitezza un’arma che non perdona" .
Infine, qualche cenno sulla musica, anch’essa capace di mescolare
"magmaticamente" melodie classiche (Bach, Mozart) a melodie
moderne (i "baiaio" brasiliani, i canti rivoluzionari russi
etc.). Quasi sempre usata in chiave connotativa, la musica - nel cinema
pasoliniano in generale, ne Il Vangelo in particolare - non ha quel
rigore filologico che caratterizza gli altri aspetti dell’atteggiamento
dell’autore nei confronti del materiale cinematografico. L’incoerenza
stilistica del livello musicale del film evangelico, in questo modo,
provoca una destorificazione totale ma, in alcuni casi, raggiunge un
alto grado di espressività. Ad esempio, con l’inserimento
- plateale e intellettualistico, comprensibile solo ad un pubblico colto
- del brano tratto dall’"Aleksandr Nevskij" di Sergej
Prokof’ev nell’episodio della "strage degli innocenti"
(inqq. 123-153). Qui, infatti, l’esplicito richiamo al capolavoro
del regista russo e, in particolare, alla celeberrima sequenza dell’"attacco
sui ghiacci" cui il brano è legato , accrescono il valore
semantico della sequenza pasoliniana.