back il giardino delle vergini suicide
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di Sofia Coppola (USA 2000, 90')
con James Woods, Kristen Dunst, Kathleen Turner, Danny DeVito

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Per il suo primo film da regista Sofia Coppola, figlia del grande Francis Ford Coppola, ha deciso di adattare il difficile il romanzo di Jeffrey Eugenides Le vergini suicide.

TRAMA
Ambientato negli anni '70 nella benestante periferia di Detroit il film racconta la vita e la morte delle cinque sorelle Lisbon, le ragazze più ammirate e corteggiate del quartiere.
Il film, parlando dell'insidiosa malattia dell'adolescenza, si illumina di luce propria sorvolando leggero come una piuma il solco umanistico tracciato dal padre dell'autrice.


La Stampa (17/9/2000)
Alessandra Levantesi


Parla della malattia insidiosa dell'adolescenza "Il giardino delle vergini suicide", primo lungometraggio di Sofia Coppola, figlia di Francis che l'ha coprodotto, presentato con buon riscontro di critica a Cannes lo scorso anno. All'origine c'è un discusso romanzo di Jeffrey Eugenides, ambientato nel quartiere residenziale di una cittadina del Michigan nei primi Anni 70. In una linda villetta vivono le Lisbon, cinque sorelle bionde e attraenti che si uccideranno una via l'altra prima di affacciarsi alla giovinezza. La triste vicenda è rievocata attraverso lo sguardo degli ex compagni di scuola, succubi del fascino leggiadro delle fanciulle, della loro sensualità perversamente innocente. A renderle diverse ha provveduto la repressiva educazione della mamma (Kathleen Turner) di fede cattolica (come la cineasta) che le ha cresciute rigidamente. Più permissivo il papà professore di matematica (James Woods) si lascia convincere dai modi di gentiluomo di un giovane corteggiatore, Trip, a far partecipare le figlie al ballo finale della scuola. Tuttavia quella notte che dovrebbe essere di festa e di felicità è l'inizio della tragedia. Lux (Kirsten Dunst), la più attraente, è sedotta da Trip che subito dopo sparisce, scatenando in lei un delirio autodistruttivo; e la più giovane delle sorelle, Cecilia, già stanca della vita a tredici anni, si toglie la vita. Dopo questi fatti le Lisbon finiscono letteralmente segregate, mentre i ragazzi sempre attratti e incuriositi riescono a mettersi in contatto con loro e una sera fatale penetrano in casa. "Il giardino delle vergini suicide" è costruito come un puzzle nel ricordo dei compagni ormai adulti che ancora rimpiangono, pur non essendo mai stati capaci davvero di comprenderle, quelle Lisbon rimaste incastonate, grazie alla prematura scomparsa, nell'empireo di un'eterna giovinezza. Ben esaltato dalla fotografia di Ed Lachman, il motivo di maggior suggestione del film è proprio il sentimento di un'esistenza che si interrompe prima di essere corrotta. Però nella regia poco calibrata della Coppola, gli spunti umoristico-satirici da black comedy prevalgono sui toni preraffaelliti della storia, con un risultato spiazzante: cosicché prima di dare pieno credito all'esordiente preferiamo attenderla alla prossima prova.


Film TV (26/9/2000)
Aldo Fittante


Lisbon Story. Nel senso delle cinque sorelle Lisbon, figlie di una tipica coppia della middle class bianca americana, angeliche creature costrette a vivere in una bambagia le in realtà soffoca ogni loro desiderio, ogni loro urgenza, ogni movimento che non sia consumato nell'asfissiante atmosfera di un'idea di famiglia aggrappata all'ipocrisia dell'apparenza. Una storia (realmente accaduta) cruda e amarissima, con un finale tragico (che non sveliamo), che l'esordiente Sofia Coppola incastra in una "dimensione onirica" proprio per far risaltare meglio le aspre contraddizioni e le drammatiche conseguenze. La figlia di cotanto padre dimostra subito un piglio risoluto e una mano ferma: svolazza la cinepresa come se si trovasse dentro una sinistra favola per adulti; e dirige gli attori come un regista italiano medio non riuscirebbe in dieci film. La migliore delle ragazze è Kirsten Dunst: il suo sguardo è di quelli che perforano.


la Repubblica (18/9/2000)
Irene Bignardi


Debutto sorprendente, quello di Sophia Coppola con Il giardino delle vergini suicide. Come è sorprendente (o non lo è, da un altro e altrettanto legittimo punto di vista di cultura familiare) che dopo cinque minuti di film, se ci si distrae un attimo, non si sia più sicuri di essere in un film della ragazza Sophia, tanto aleggia sulla storia e sullo stile l'aura nostalgica di leggenda contemporanea alla maniera di Rusty il selvaggio e di Peggy Sue si è sposata, entrambi firmati dal padre di Sophia, Francis Ford Copola. Ed è lo stile la sorpresa del film. Perché nonostante la bravura della men che trentenne Sophia, la storia raccontata da Jeffrey Eugenides nel suo romanzo Le vergini suicide (in Italia pubblicato da Mondadori) è difficile da accettare, e più che un'analisi psicologica ci offre un'invenzione mitica. Quella, appunto, delle cinque sorelle Lisbon, figlie di un professore di matematica (James Woods) e di una severa madre che è proprio lei, Peggy Sue spenta e invecchiata (Kathleen Turner): cinque apparizioni nel mondo regolare e allisciato dei sobborghi middle class, bellissime e sensuali come altrettante "ultime belle" fitzgeraldiane, malate di una malattia che si chiama adolescenza più femminilità, indirizzate all'autodistruzione dal gesto della più giovane, che una notte, senza ragione apparente, si lancia dalla finestra sulle punte del cancello di casa. E mentre i genitori, sconvolti dal dolore, cercano sempre più rigidamente di chiudere in casa le loro bellezze per preservarne virtù e (credono) salute mentale, i ragazzi del vicinato le guardano ogni minuto di più come delle apparizioni leggendarie, dee dei suburbia, quintessenza di sensualità potenziale. Perché non siamo davvero sicuri che Lux (Kirsten Durst), la più bella, se la faccia tutte le notti sul tetto con i suoi amanti: non c'è come la bellezza per produrre miti. E non c'è logica, se non quella della leggenda, per giustificare la fine delle ragazze - anche se ci dicono che la storia è vera. Ma è appunto lo stile di Sophia Coppola - elegante, onirico anche nel realismo borghese, sempre a un passo dal Kitsch senza caderci mai dentro, pieno di dettagli precisi e di precisa conoscenza dei movimenti e dei sogni dell'età verde - a dare forza a una storia che avrebbe potuto essere (e per certi versi è) pura fantasia morbosa, non a caso costruita da una mente maschile che affabula dall'esterno, come i ragazzini del vicinato, sulle cinque dee bionde. E, più che gli acuti della tragedia, restano nella memoria la bravura con cui Sophia Coppola sa evocare i comportamenti adolescenziali: come il dialogo via telefono tra due giradischi (si chiamavano così negli anni Settanta in cui si svolge il film) o il risveglio crudele di Lux sul campo sportivo dopo la sua notte d'amore, immediatamente abbandonata dal solito maschietto predatore.


Ciak (1/10/2000)
Massimo Lastrucci


Dei molti modi di raccontare un fatto straziante, l'esordiente di papà Sofia Coppola sceglie la via, raffinata e difficile, del racconto in bilico tra rievocazione dolente, notazione millimetrata e lampi di metafisico mistero. Non spiega (e come potrebbe del resto?) il perché del suicidio di cinque splendide ragazze, ma accompagna il prima, il durante e il dopo quasi con pudore, accarezzando i personaggi e costruendo le scene con una perizia da veterana (che papà Francis abbia dato una mano?). Delle biondissime sorelle, in particolare, colpisce Kirsten Dunst, angelica dissipatrice della propria sensualità, mentre James Woods e Kathleen Turner, da interpreti di finissima razza, regalano alla coppia di genitori, toni di piccolo-borghese (e meschina) normalità e poi di incommensurabile, attonito dolore. Un film toccante.


Il Resto del Carlino (17/9/2000)
Alfredo Boccioletti


Per afferrare il bandolo della metafora del Giardino delle vergini suicide occorre cogliere poco alla volta, nell'arco di 96 minuti di immagini sempre legate agli stati d'animo, le frasi del narratore che danno ordine, se non proprio un senso logico, al mosaico dei ricordi. Nella felicissima e struggente opera prima della ventinovenne Sofia, orgoglio di papà Francis Ford Coppola (qui produttore), la storia delle cinque piccole donne del Michigan che si tolsero la vita nel lontano 1974 acquista infine i contorni di quella condizione femminile ideale - non romantica e tanto meno patetica - che gli uomini collocano tra i frutti del paradiso perduto. "Capimmo che le ragazze erano donne travestite, che capivano l'amore e la morte", racconta 25 anni dopo uno dei ragazzi affascinati e confusi dalla sorte inspiegabile delle incantevoli sorelle Lisbon. E ammette che i loro sogni, rubati da un diario, hanno tenuto, negli anni, più compagnia ai suoi amici delle rispettive consorti. Ma se tutto questo è il retaggio della novella di Jeffrey Eugenides da cui la stessa Sofia Coppola ha tratto la sceneggiatura, il film si illumina di luce propria sorvolando leggero come una piuma il solco umanistico tracciato dal padre dell'autrice. C'è un tocco gentile e sensuale che innamora lo spettatore nei palloncini che piovono tra i ragazzi al ballo, nell'esplorazione della casa-prigione delle "vergini" di un sacerdote che vorrebbe portare una parola di conforto, nei tentativi dei compagni di liceo di sottrarre all'isolamento Lux Lisbon e le sue sorelle, segregate dai genitori ottusamente perbenisti (James Woods e Kathleen Turner, icone mummificate) e costrette ad affidare i loro messaggi cifrati alle canzoni dei Bee Gees trasmesse per telefono. Questo avviene dopo il volo mortale, sulle aste acuminate d'un cancello, di Cecilia, la più giovane delle Lisbon. Nessuno sa spiegare il gesto: né lo strizzacervelli Danny De Vito, né i media. Ed è il preludio alla emulazione collettiva, che passa attraverso la perdita dell'innocenza di Lux (la deliziosa Kirsten Dunst), complice il campione di football del liceo. Nell'evocare il dramma tra fotografici effetti flu alla Hamilton e spigliate annotazioni antirealistiche (lo slip con dedica letto alla Nembo Kid), Sofia Coppola fa sfoggio di equilibrio e di stile: una regìa che incanta alla prima fioritura.