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di Charles Crichton (Gran Bretagna 1988)
con John Cleese, Jamie Lee Curtis, Kevin Kline
TRAMA
Wanda, il suo falso fratello Otto, Ken l'appassionato ittico e George
riescono a compiere una rapina da venti milioni di dollari in diamanti.
Per aumentare la sua quota Otto denuncia George, che a sua volta ha però
cambiato il nascondiglio originale della refurtiva. Wanda scopre per caso
la chiave di una cassetta di sicurezza nascosta da Ken nel suo acquario,
ma non sapendo dove si trovi la cassetta tenta di circuire l'avvocato
di George, Archie Leach. Con le sue virtù... fisiche, Wanda fa
breccia nel cuore di Archie, ma ogni suo incontro con l'avvocato viene
"rovinato" dal gelosissimo Otto... Jamie Lee Curtis, John Cleese
e Kevin Kline sono gli scatenati interpreti di "Un pesce di nome
Wanda" (Televisione Svizzera, venerdì 14 , accampata in una
friggitoria nei sobborghi di Manchester '71. A ciò si assomma una
totale mancanza di sensibilità, cancellata dalla necessità
di far ridere schernendo il bisogno di mantenere un'identità pakistana,
peccato mortale dell'emigrato nell'epoca della globalizzazione; l'abisso
di insipienza si tocca quando senza alcun motivo apparente ci troviamo
catapultati in un negozio di coiffeur, ovviamente scelto per aprire una
finestra gay sul plot, che fino a quel momento aveva tentato di tutto
per ammassare i peggiori luoghi comuni e le più inconsistenti situazioni
di grossolana comicità da quattro soldi ...: mancava soltanto l'omofobia
e detto fatto si è trovato un modo raffazzonato per introdurla.
Non necessariamente si deve essere tolleranti con ogni sorta di manifestazioni
di culture estranee all'Occidente: ad esempio la circoncisione è
una prassi barbara, ma che enorme differenza tra la delicatezza di Ouedraogo
quando si occupa di infibulazione e la rozzezza da latrina di caserma
a proposito dell'operazione ancora da farsi al più giovane dei
figli di George Khan (caratterizzato da un parka-copertina di Linus, perché
ciascun protagonista deve essere connotato da pochi tratti semplificativi,
ottenendo un ulteriore bozzettismo di cui non si sentiva alcun bisogno),
inalberata da questo gruppo di anglo.integrati, che attraverso il film,
evidentemente rivolto alla società britannica affinché si
liberi dei residui rimasugli di identità aliene, persegue il dileggio
di qualunque espressione culturale della comunità pakistana, costantemente
mostrata negli aspetti più ridicoli. Persino gli eroi positivi,
i giovani integratissimi, sono raffigurati in modo da ricavare il massimo
di comicità d'accatto dalle loro disavventure (sette figli, un'enormità
utile per mostrare tutte le diverse reazioni dei succubi all'autoritarismo
del padre tradizionalista), come la società "blair" ha
deciso di risolvere lo squallore di far sopravvivere nelle periferie emarginate
gli eroi da operetta. E che si tratti di una fattura "leggera"
è denunciato dalla sequenza iniziale con la processione che si
dipana come farsesca burla ordita alle spalle dell'inflessibile patriarca,
a cui fanno seguito altrettante canzonature tutt'altro che bonarie (Bradistan
campeggia nel cartello della località in inglese Bradford, l'assenza
dei cessi e quindi l'uso dei secchi come orinatoi, usati per una offensiva
sequenza di sboccata ilarità).
Fin dall'inizio si ha il polso di come si svilupperà l'agonia:
pomposamente aleggia la frase: "tradizione vuole...", dopodiché
con ritmi televisivi si passa alla cerimonia rifiutata da Nazir ed in
rapida successione la cancellazione del figlio degenere attraverso la
risaputa eliminazione della sua foto. Una sequenza breve e colma di ellissi:
in sé sistema pregevole a saperlo realizzare, che qui si pone al
servizio di uno sguardo rivelatosi immediatamente come volto a cogliere
solo gli aspetti più ridicoli, mostrando soltanto parzialissime
situazioni già commentate dalla ricostruzione e da prevedibili
battute risapute e dozzinali; il saluto al prete che gli augura "Dio
ti benedica", a cui risponde "Allah sia con te" fa il paio
con l'insistenza della fessura a forma di figa attraverso la quale si
parla con il ragazzino del suo prepuzio in pericolo; volgarità
gratuita quasi quanto il festino con salsicce falliche in assenza del
padre musulmano: sono solo alcune delle situazioni in cui si mette in
scena l'immaginario collettivo aumentando volontariamente la prevenzione
contro i pakistani attraverso la conferma delle peggiori semplificazioni.
Tutto ciò risolve il dubbio che attanaglia lo spettatore all'inizio:
spontanea infatti sorge la domanda se quello a cui assistiamo sia colpa
della tradizione pakistana o della chiusura britannica e l'ennesimo grandangolo
dal basso stile Trainspotting conferma che questo atteggiamento deriva
dalla supponenza inglese, che impone il proprio punto di vista deformato
e dal basso delle proprie convinzioni.
L'opera subisce inoltre la sua origine teatrale: infatti soprattutto il
dolly finale ci espone l'impianto drammaturgico nella sua claustrofobica
costruzione da sit-com. Tutto si svolge nel vicolo e nel disadorno interno
imponendo l'uso sistematico della lente deformante del grandangolo, a
cui si alternano le inaccettabili scampagnate multicolori sul furgoncino:
una ignobile farsa da cartoon di infima specie, dove l'inquadratura sul
fianco del van evoca proprio i più seriali cartoons degli anni
Settanta. Il largo uso di grandangoli impedisce un approccio realistico,
quasi quanto l'inserzione del film di montagna indiano -tema tradizionale
di quella cinematografia, a cui assiste l'intera famiglia -, piomba come
un universo totalmente avulso (e quindi da eliminare) nella realtà
britannica, già deformata biecamente dal linguaggio adottato, che
spiega anche la distanza dalla raffinatezza di Frears dell'unico suo film
tratto dalla sceneggiatura di Ayub-Khan Din (Sammy e Rosie vanno a letto
era una delle più gratuite e scollacciate rappresentazioni dei
suburbs inglesi negli anni Ottanta e finora non mi capacitavo che l'avesse
realizzato l'autore di My Beautiful Laundrette), responsabile anche di
questo lavoro di O'Donnell.
É una farsa teatrale trasposta in linguaggio cinematografico senza
neanche prendersi la briga di tradurla adeguatamente.
É un'operazione di memoria che la tradisce volontariamente adottando
lo sguardo inglese, ma senza volerlo rimane succube dell'immaginario melodrammatico
delle produzioni cinematografiche della Bollywood sulle rive del Gange.
É la messa in scena di una ribellione contro i ruoli precostituiti,
che non emerge mai come tale perché soffocata dalla farsa, rendendo
pericoloso il risultato dal punto di vista della contrapposizione delle
culture: nessuna delle due emerge come tollerante, ma quella destinata
a scomparire perché medievale è quella asiatica, laddove
il nazismo delle manifestazioni inglesi viene guardato senza esagerate
stigmatizzazioni, anzi viene girato in burla. Mentre le botte alla moglie
sono quasi un corollario dovuto, che non fa indignare nessuno degli spettatori
impegnati a ridere del grottesco mondo messo in scena, che concede una
inquadratura di meno di un minuto alle notizie radiofoniche dal Pakistan,
senza riuscire a comunicare lo struggimento dell'ascoltatore, lontano
emigrante, partecipe delle guerre contro l'India.
C'è da chiedersi quali polemiche avrebbe scatenato un film dello
stesso tipo su un qualunque fascista italo-americano aggrappato alle sue
tradizioni a Brooklyn.
Adriano Boano
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