Derek Jarman


Derek Jarman nasce a Northwood nel Middlesex il 31 gennaio 1942.
Pittore, regista, scenografo, scrittore e giardiniere. Questo è
Derek Jarman. "Regista della libertà", "sovversivo
maestro dell'arte", "pittore della cinepresa", "poeta
del cinema", "santo" e "martire". A diversi
anni dalla sua morte l'interesse per la sua opera non accenna a diminuire.
Da figura di culto Jarman è assurto nell'Olimpo degli Autori
anglosassoni. Insieme a Terence Davies, Bill Douglas, e Chris Petit,
Jarman è una delle poche voci del cinema indipendente alternativo
ad emergere negli anni Settanta e Ottanta. Isolato, condannato a rimanere
periferico e underground, costretto a recitare in vita la parte del
regista maledetto, ("fuorilegge dello spettacolo" come lo
battezza l'"Europeo"), Jarman viene riscattato dalla cronaca
che fa di lui un personaggio politico, un attivista per i diritti degli
omosessuali, un portavoce della lotta contro l'Aids e uno strenuo innovatore
nel panorama stagnante delle arti. "È solo oggi verso la
fine della mia carriera che vengo riconosciuto ed accettato - forse
è troppo tardi - non è strano?" (Derek Jarman)- Jarman
arriva al cinema attraverso la pittura e il lavoro di scenografo, prima
teatrale e poi cinematografico, con Ken Russel. La reciproca contaminazione
delle diverse pratiche artistiche perseguite da Jarman rende impossibile
stabilirne una gerarchia. Nonostante le oggettive difficoltà
sperimentate dal regista nel trovare i finanziamenti necessari alle
sue produzioni, la pittura non diventa per lui né un ripiego
né un rifugio. "Per me il cinema e la pittura partono dalla
stessa esigenza di libertà di fronte ad uno spazio bianco da
riempire". Il lavoro sull'immagine, l'innesto del video sulla pellicola,
la mescolanza di stili ed epoche diverse nelle scenografie e l'incoerenza
temporale del racconto filmico, dimostrano la duttilità di chi
è capace di passare da un medium all'altro anche quando ne mantiene
gli stessi contenuti. La gestazione laboriosa e prolungata dei suoi
diversi progetti (sei anni per "Caravaggio") contraddice l'immagine
di un Jarman regista improvvisatore. Basta leggere le sue sceneggiature
per accorgersi del meticoloso processo di scrittura, e della limpidezza
con la quale il regista formula il suo pensiero narrativo. Il senso
di ogni singola scena è chiarificato dalla presenza di un titolo
corrispondente mentre i disegni, che arricchiscono così spesso
le copie personali delle sue sceneggiature, valgono come precise notazioni
visive. Soltanto con "Angelic Conversation", "The last
of England" e "The Garden" si può parlare, anche
se solo relativamente, di improvvisazione. "Ho dato il minimo di
direttive possibili. La maggior parte delle scene si sono dirette da
sé". Se è pur vero che nel caso di questi film non
esiste una sceneggiatura vera e propria, la mole di appunti e il cumulo
di materiale-base indicano la direzione del film e rivelano il disegno
del prodotto finale, se non nella sua forma almeno nei suoi significati.
Sebbene le sceneggiature abbiano un carattere proteiforme non per questo
sono rigidamente strutturate. L'impalcatura narrativa si regge spesso
su spunti diversi mutuati dalle arti o dalla religione e dell'alchimia
(una poesia anglosassone e i vangeli in "The Garden"; la partitura
del "War Requiem" di Britten e un quadro preraffaellita in
"The Last of England"). Questi diventano, in alcuni casi,
semplici alibi, che giustificano l'introduzione di tematiche apparentemente
aliene in un contesto con il quale non dovrebbero avere alcun rapporto
(l'alchimia nella Londra punk di "Jubilee"). Le innovazioni
linguistiche di Jarman riposano sull'eterogeneità degli ingrdienti.
Il rifiuto dei generi, delle convenzioni narrative e soprattutto della
tradizione del cinema inglese - ossidatosi su sterili adattamenti dei
classici della letteratura, da Jane Austen a Dickens, o prostituitosi
alla logica del mercato ( i film di Joff, di Hudson e della scuderia
di David Puttnam) - porta Jarman a rifondare la nozione di autore quale
garante del discorso. La sua autorialità non è però
la dispotica manifestazione di uno sterile ed opprimente egocentrismo,
bensì l'onesta articolazione di un discorso che per essere convalidato
deve essere fatto in prima persona. Alla luce delle misure discriminatorie
del governo conservatore inglese (la famigerata clausola 28), l'omosessualità
del regista e la sua sieropositività danno legittimità
e pregnanza alle sue interpretazioni personalizzate di eventi e personaggi
(come Edoardo II) assunti a partigiani della causa. Nelle opere di Jarman
la narrazione è spesso "presa in ostaggio" da vicende
personali (il suo coinvolgimento con gli interpreti del caso di "The
Angelic Conversation") o da accadimenti estemporanei (l'irruzione
del gruppo attivista OutRage! Sul set di "Edoardo II") concertati
in modo che la loro collusione con il soggetto di fondo produca nuove
sfumature di senso. Tra le diverse tematiche si individuano: il processo
creativo e il ruolo dell'artista come catalizzatore di impulsi "proibiti",
il disagio sociale di una nazione imperniata sull'individualismo, la
messa in discussione di tutti i valori morali dati come assoluti, il
perverso potere dei mass media, la rilettura delle mitologie storiche,
e la distruzione del paesaggio. Tra questi emerge l'omosessualità
che non è mai una semplice costante, quanto piuttosto un'invariante
profonda e costitutiva della trama narrativa. Stranamente nei super
8 questo elemento è solo poco più che una componente secondaria,
mantenuta a livello di sottotesto e appena ravvisabile in certi accenti
iconografici. L'articolazione del "pensiero omosessuale" di
Jarman avviene nei lungometraggi attraverso figure e personaggi storici
("Sebastiane", "Caravaggio", "Edoardo II"),
sequenze allegoriche ed argomentazioni politiche dirette o satiriche
("Sod'em' Pansy"). Agli inizi degli anni Ottanta Jarman riunisce
attorno a sé un gruppo di giovani di talento, John Maybury, Cerith
Wyn Evans e Richard Heslop, rappresentanti di una nuova generazione
di studenti d'arte, che interpretano il cinema amatoriale come una forma
di guerriglia. Lo stile onorico-contemplativo di Jarman si indirizza
verso un'inedita aggressività volta a scavare la realtà
urbana della capitale. In "The queen is dead" (1986) le riprese
frenetiche e il vorticoso montaggio di Heslop, Maybury e Wyn-Evans illustrano
la rabbia giovanile e l'opposizione al clima pesantemente reazionario
diffuso nel paese. Fatta eccezione per Laurence Olivier ("War Requiem")
Jarman non lavora mai con nomi di spicco, preferendo dirigere un cast
di attori alle prime armi o amici. E' proprio la presenza di amici e
collaboratori a dare una certa continuità all'opera del regista.
Poco prima di morire, e ormai inchiodato al letto di un ospedale, Jarman
completa "Glitterburg", l'ideale corollario di "Blue",
il suo testamento spirituale.
Filmografia
Glitterburg 1994
Blue 1993
Wittgenstein 1993
Edward II ...alias Edoardo II 1991
The garden 1990
War requiem 1988
Aria (segment "Louise") 1987
The last of England 1987
Caravaggio 1986
The Angelic conversation 1985
Imagining october 1984
Pirate tape 1983
Sloane square: a room of one's own 1981
T.G.: Psychic rally in heaven 1981
In the shadow of the sun 1980
The Tempest 1979
Jubilee 1977
Sebastiane 1976