back Emir Kusturica bio-filmografia
  inizio "A Sarajevo sono nato. E resterò per tutta la vita un ragazzo di Sarajevo. Ho perso tutto. Ho perso mia madre, la mia casa, tutto. Non sono stato più lo stesso.
Non lo sarò mai più."
 

Nasce a Sarajevo nel 1954. Dopo il liceo si trasferisce a Praga, dove nel 1977 realizza un cortometraggio in bianco e nero di 25 minuti, Guernica.



Nel 1978 torna in Jugoslavia, dove realizza due film per la televisione, Nevjeste dolaze e Bife Titanic. Il primo, dice il regista "fu senza dubbio il soggetto più coraggioso che abbia mai affrontato".
Dalla sua esperienza americana realizza Arizona Dream, Orso d'Argento a Berlino nel 1993, e si cimenta nell'insegnamento, sostituendo Milos Forman per un anno alla Columbia University.
Vive oggi in Francia, "l'unico paese che ami veramente il cinema".

Dio istine (Una parte di verità)
1971, Super8, b/n

Jesen (Autunno)
1972, Super8, b/n

Guernica
1978, 35mm, b/n, 25 minuti
Soggetto e sceneggiatura di Emir Kusturica
Tratto da una novella di Antonioe Isakovic

Nevjeste dolaze (Arrivano le spose)
1979, film tv, 70 minuti
Sceneggiatura di Ivica Matic

Bife Titanic (Caffè Titanic)
1980
tratto da una novella di Ivo Andric
Premio per la migliore regia al Festival Televisivo Jugoslavo di Portoroz

Ti ricordi di Dolly Bell?
1981
Leone d'oro per la migliore opera prima al Festival di Venezia
Arena d'oro ad Abdulha Sidran per la miglior
sceneggiatura al festival del cinema jugoslavo di Pola
Premio Fipresci ed Agis

Papà è in viaggio d'affari
1985
Nomination all'Oscar come miglior film straniero

Il tempo dei gitani
1989
Premio speciale della giuria per la miglior regia al Festival di Cannes
Premio Roberto Rossellini alla carriera

Arizona Dream (Il valzer del pesce freccia)
1993
Orso d'argento e premio speciale della giuria del Festival di Berlino

Underground
1995
soggetto di Dusan Kovacevic
Palma d'oro al Festival di Cannes
Premio Federico Fellini alla rassegna Riminicinema

Gatto nero, gatto bianco
1998
sceneggiatura di Gordon Mihic
Leone d'argento alla Mostra del cinema di Venezia

Kusturica, allegria e rabbia
"Né con voi né con Milosevic"
In viaggio con il regista che accusa Occidente e regime serbo:
"Tutti ignoranti"
di PAOLO RUMIZ - La Repubblica 22 giugno
1999 CORFÙ -
La Luna affonda verso Otranto nella notte più corta dell'anno, il traghetto con i musicanti molla la sponda buia d'Oriente, sembra l'isolotto di "Underground" che si stacca dalla riva del Danubio, un veglione sperduto in un Mediterraneo sensuale, da balere. A babordo, con la chioma gonfia di vento, Emir fiuta ferocemente il mare, come un pirata. Oggi Kusturica senza più terra cerca solo arcipelaghi nella corrente. Anche per questo non è stato difficile trovarlo a Corfù, questa strana isola a forma di scorpione, scoglio sospeso, un po' greco e un po' veneto, un po' ebreo e un po' slavo, ultima luminaria prima del buio albanese e del cimitero kosovaro.

L'altra sera Emir Kusturica era lì, accanto alla luce rossa di un piccolo molo, con un cappello di paglia di traverso, ad aspettar l'imbarco con la sua ciurma di suonatori serbi e bosniaci, banda metà profuga metà zingara, seduto su una valigia in mezzo ad altre valigie, amplificatori, cappelliere, gabbiani e balalajke. In terra greca, con i suoi "Vietato fumare", ha appena finito il concerto di collaudo per la tournée italiana. È stato uno spettacolo improvvisato, in riva al mare, lontano dagli alberghi. Kusta ne ricorda l'effetto: "Prima uno shock; poi bang, l'entusiasmo. Il rock ha contagiato anche i più vecchi.
Abbiamo acceso fuochi sulla spiaggia, nuotato di notte. Un'epidemia di libertà". Ma come fa, gli chiedi, a far concerti d'allegria nel mezzo di una tragedia? Si illumina alla domanda: "Ma questo è tipico dell'anima slava! Il nostro materiale umano è pieno di durezza e vitalità insieme.

C'è un fondo di humor nero in noi. Io stesso sono profondamente convinto che anche il momento più tragico della nostra vita contiene il suo opposto: un nucleo di commedia. Scoprirlo è un modo per reagire agli eventi. Per questo faccio rock, per questo ho ripreso la chitarra bassa. È un modo come un altro per denunciare certa razionalità posticcia che vede tutto il nero da una parte e tutto il bianco dall'altra". Un concentrato di humor nero è anche il titolo della scorribanda musicale in terra d'Italia: "Effetti collaterali", parodia del tragico eufemismo con cui l'Alleanza atlantica cataloga i morti dei bombardamenti, per dire che non l'ha fatto apposta. "Abbiamo voluto esprimere - mi dirà all'arrivo Adele Mazzola, consulente artistico della tournée - che non ci possono essere due modi di ammazzare, uno barbarico, quello degli jugoslavi, e uno buono, quello dell'Occidente". Kusta va giù più duro: "No amico mio, quando tirano una bomba a frammentazione sul mercato di Nis, mi rifiuto di chiamarla danno collaterale. In questo rifiuto sta il senso di questa tournée".

Da tre mesi Emir tace ostinatamente sulla guerra, ma stavolta sputa il rospo, ne sputa tanti, ha voglia di dire che l'Europa non ha capito niente. Si accende un cubano enorme e attacca: "In troppi pretendono che io sia ideologicamente contro qualcuno e qualche cosa. Ma io mi rifiuto di essere unilaterale. Non sono contro nessuno; nemmeno contro l'America che ha bombardato il mio Paese. Io dò risposte complesse, perché questa guerra, se si vuole essere onesti, è complessa. La colpa non sta da una parte sola; certe cause partono da molto lontano. Ma quando lo dico, subito mi saltano addosso, dicono che sono per Milosevic. È pazzesco. L'Occidente sta diventando manicheo come il vecchio comunismo". Lampi lontani, si va nella notte tra le isole. Quello di Kusta è un gruppo di amiconi: si chiameranno "Vietato fumare" ma fumano come camini, il vento tiepido arroventa le sigarette accese, ne risucchia frammenti luminosi prima che la cicca voli nel buio come una cometa. Il traghetto vibra, spinge al massimo nella notte, il regista si afferra a un passamano, spiega che la vita è come una barca: ogni sua fibra è messa sotto stress dal sole, il mare e il vento, e questi elementi si combinano in modi che nessuna razionalità può prevedere. "Anche la Jugoslavia - dice - è come una barca, le cause della sua crisi sono complesse, infinite. Possono venire da dentro ma dall'esterno". "In questa guerra complessa, ci sono professionisti della filosofia, vedi Finkielkraut o Henry Lévy in Francia, che pretendono di esercitare insieme il diritto alla pietà e al bombardamento. Dicono: ci dispiace, ma bisognava farlo. Spiegano: era l'unica risposta alla pulizia etnica. Ma non dicono che la pulizia etnica è stata semmai esacerbata dalle bombe, oppure che il motivo vero della ritorsione era solo il "No" di Milosevic al ricatto di Rambouillet. È uno sbandamento intellettuale grottesco. Quando sento queste cose, ripenso al pacifismo del Sessantotto e provo tanta nostalgia. Al confronto, questa filosofia da salotti è come una nonnetta isterica che impartisce a bacchetta la sua visione del mondo".

La notte dello Jonio richiama le ombre lunghe dei pastori- guerrieri, evoca l'enigma di una penisola dove lo stesso latte di capra ha prodotto la filosofia e la tragedia, suscita il mistero di un mondo che non pare mai stanco di produrre storia. Un mondo, forse, vittima del suo stesso vitalismo, del suo surplus di energia. Anche qui Kusturica si accende, insegue metafore dionisiache. "Al confine tra Serbia, Bosnia e Montenegro, nel posto più lontano dal mondo che ci sia, c'è l'ultima foresta vergine: si chiama Perucica. Emette radiazioni pagane, dice che questa terra può essere infinitamente ingenua e infinitamente crudele". E chissà che la creatività e la guerra non siano che due facce della stessa medaglia. "Non sono affatto sicuro che il mondo industriale possa migliorare questo tipo d'uomo". Il regista riflette, tira col sigaro, cerca qualcosa in mezzo al mare. "Le bombe planetarie non sono migliori dei coltelli dei tagliagole. Prendi un uomo del Middle West americano, malato di tecnologia, e mettilo accanto a un boscaiolo della Perucica, malato di tradizione. Ne viene fuori né più né meno che questa guerra maledetta. Oppure l'espulsione dei serbi dalla Krajina nel '95. Pensi: la pulizia etnica che nemmeno il fascista Pavelic poté fare dopo il '41, l'ha fatta Belgrado assieme alla comunità internazionale, nel giro di un weekend". Continua: "Entrambi i mondi sono il frutto di una spaventosa assenza di cultura. Clinton non sa neanche chi sia Ivo Andric, lo scrittore che ha capito più di chiunque il nostro mondo. Ma Milosevic non è diverso. Stessa ignoranza, stessa arroganza". Ti guarda con l'occhio grigio sornione, si aggiusta il cappellaccio. "Il mondo deve inventarsi una nuova utopia, è troppo sommerso di denaro, televisione, mediocrità. Guai se prevalessero questi valori. L'uomo è umiliato, ridotto a numero da un potere che supera gli incubi di Orwell in capacità di raggiro, un potere più soft eppure più crudele, capace di distruggere la tua capacità di reazione, di renderti infinitamente adattabile al peggio. Dalle videocamere dentro il tuo ufficio fino ai campi di concentramento. Ho l'impressione che sulle nostre teste si svolgano giochi troppo grandi, che gli uomini siano insetti e che questa guerra sia stata solo un'esercitazione planetaria di potere".

Come andrà a finire? "Dobbiamo trovare il coraggio del compromesso, della cooperazione. Dobbiamo preservare la nostra identità in modo intelligente, salvaguardare il meglio della nostra forza vitale. Questa terra può dare ancora qualcosa all'Europa. Pensi ai nostri film, alla nostra musica: fanno furori. Non è incredibile? Non sono mai stati tanto conosciuti come ora che il Paese barcolla. Mi chiedo che ne sarà di noi, penso che la Jugoslavia come cuscinetto tra i due blocchi è finita. Solo il potere a Belgrado fa finta che non sia cambiato niente, che l'Urss esista ancora e che il Muro di Berlino non si sia spostato sul fiume Drina. È venuto il tempo di inventare un nuovo ruolo, e credo che gli uomini della nuova generazione, come Djukanovic (presidente del Montenegro, ndr), potranno traghettarci verso tempi migliori".

La nave rolla verso l'Italia con lo spettacolo nato tra le bombe, dice che la guerra ormai è entrata nella creatività di Kusturica, si è impossessata del suo eclettismo, della sua tristezza e persino della sua smodata allegria. "Sì - ammette - sono anch'io un effetto collaterale. Sono, perché no, collateralizzato. Anche i miei amici lo sono; tutta la nostra musica lo è. Succede perché il mondo che doveva battersi per la società multinazionale, ha finito per accelerarne la sparizione. Ne ha colpito i sostenitori e l'ha relegata in un ghetto. Pensi alla Serbia, alla Macedonia e al Montenegro. Sono le repubbliche che il mondo trascura di più, eppure sono i posti dove è meglio sopravvissuto il crogiolo multietnico. Guardi gli zingari: la Serbia li accoglie meglio di chiunque". Presto è l'alba, anche il rollio è un effetto collaterale, come la sonnolenza. Ultima domanda. E se diventassimo tutti zingari in questo mondo di esodi? Kusturica entra a bassa voce nel più simbolico dei suoi universi paralleli. "In mille anni della loro storia in Occidente, gli zingari non hanno mai aggredito nessuno, non hanno mai fatto guerre. Mi piace il loro stare ai margini della storia, il loro modo di guardare alla ricchezza e alla povertà, spesso capovolto rispetto al nostro. Quando giravo "Gatto Nero e Gatto Bianco" sul Danubio, uno dei Rom protagonisti disse a mia moglie: "Sei povera anche tu, lavori tutto il giorno e vivi in una roulotte, in una casa di plastica". Glielo disse con amore. Per questo amo quel mondo.
E per questo, se sarà necessario, diverrò zingaro con piacere".