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All'origine
c'è un documentario su un gruppo musicale gitano, i Muzika Akrobatica,
prodotto da una rete tedesca. Poi, però, le cose si complicano. Kusturica,
durante i sopralluoghi, viene a conoscenza di un numero imprecisato di
vicende strampalate e interessanti, come quella del nonno morto poco prima
di un matrimonio, conservato sotto ghiaccio dai parenti per non rinviare
la cerimonia, e legge "I racconti di Odessa" di Babel, in particolare
"Il Re", rimanendo colpito dalla sensibilità dello scrittore per i criminali
con un punto debole (...) Kusturica ha dovuto aspettare l'opera sesta
per abbandonarsi senza ritegno al piacere della comicità. Gatto nero gatto
bianco è infatti il suo film più affettuoso e solare, divertito e sereno,
una comprensibile boccata d'aria dopo il travaglio di Underground e i
suoi sgradevoli postumi. Schematizzando, si potrebbe dire che esso rappresenta
una variazione sul tema di Il tempo dei gitani, senza contaminazioni epiche
e melodrammatiche e, soprattutto, senza un background sociale, che è possibile
intravvedere solo in filigrana. Niente più peregrinazioni attraverso la
frontiera, dunque, con bambini comprati per "caritare", ragazze destinate
a prostituirsi e giovani avviati al furto, niente più strazianti addii,
sorelle ospedalizzate, amicizie e amori traditi. Il popolo Rom è ancora
lì, con la sua primigenia irriducibilità a qualsiasi gabbia collettiva,
un tratto aristocratico che non lo abbandona anche quando delinque o mendica,
una resistenza alle sollecitazioni del denaro e del consumismo che balza
agli occhi pur in presenza dell'accumulazione - delle banconote e degli
oggetti. Ma, per una volta, l'occhio del regista sembra concentrarsi sul
meraviglioso libro delle caricature che esso propone, in una ricognizione
ammiccante e comprensiva, in qualche modo ariostesca, che non esclude
il rimpianto nostalgico e si traduce, appunto, in una sorta di realismo
magico. (Paolo Vecchi, in "Cineforum", 379, novembre 1998) Trovare le
parole. Il problema è quello, se non si vuole cadere nello sproloquio
retorico che ha accompagnato Gatto Nero, Gatto Bianco: sin da Venezia,
l'etichetta prediletta dalla critica per il sesto lungometraggio di Kusturica
era "un film minore, un'opera di puro divertimento". Mettiamo pure che
Gatto Nero, Gatto Bianco sia solo svago, "A Emir Kusturica Joint", come
Spike Lee amava definire i propri film. Restano però due o tre cose da
chiarire:
1) A dire della critica
rilassato e con il solo scopo dichiarato di divertire, Kusturica filma
comunque meglio del novanta per cento dei registi in attività. Ha tanto
gusto per le invenzioni (quelle fini a se stesse, quelle che facevano
impazzire Hitchcock e Truffaut, quelle da regista puro) da riempire il
film di trovate che sarebbero servite per tre o quattro lungometraggi
diversi. Ha un senso del racconto che si fonda tutto sull'uso delle luci
e dei colori, sui movimenti di macchina e sull'isteria degli attori, sulla
musica e su un ritmo sincopato ed allucinante. Per questo motivo non ha
senso raccontare la storia di liti tra zingari, matrimoni forzati, frodi,
amore, morte ed altre sciocchezze da cui parte Gatto Nero, Gatto Bianco.
Kusturica non illustra delle storie (non è James Ivory). Kusturica fa
cinema. Come dice David Lynch: "Se lo puoi raccontare a parole, perché
dovresti farci un film?". Kusturica non lo puoi raccontare a parole.
2) Kusturica è dannatamente
furbo. Sa già che gli stessi che hanno tacciato un film anarchico e disperato
come Underground di essere filoserbo si limiteranno a definire Gatto Nero,
Gatto Bianco una pausa di creatività. Così, ne approfitta per alzare la
posta della scommessa e, già che c'è, cambiare squadra. Quasi per intero:
nuovo montatore, nuovo musicista e soprattutto, per la prima volta, nuovo
direttore della fotografia. Il suo occhio destro Vilko Filac è dunque
rimpiazzato da Thierry Arbogast, quello di Il Quinto Elemento. Non è una
questione di amore per la tecnica. E' una questione d'azzardo. Con Arbogast,
Kusturica tenta qualcosa di nuovo. Prova a coniugare la fotografia più
naturalistica di Ti ricordi di Dolly Bell? e Papà è in viaggio d'affari,
i suoi primi due film, con i costumi variopinti, le scenografie deliranti,
i colori accesi di Il tempo dei gitani, Arizona Dream e Underground. Il
risultato è qualcosa come: De Sica filma un quadro di Chagall in movimento.
Ossia: creo un universo delirante e favolistico e lo riprendo come se
esistesse davvero, come se davvero, sotto la luce chiara riflessa dal
Danubio, i maiali mangiassero le macchine per intero, i topi servissero
per farsi vento ed ogni criminale di guerra avesse cocaina in un crocifisso
al collo e pistole nella cintura. Per questo Gatto Nero, Gatto Bianco
non è un film sugli zingari. E' un film che parla di tradimenti ed illusioni,
soprusi ed oppressioni, violenze ed amore, dell'eterna maledizione dell'uomo.
Kusturica lo riprende usando una fotografia più naturalistica, meno stilizzata
del solito, perché pensa che questa favola sia terribilmente vera. Il
che ci porta direttamente al punto.

3) Hanno scritto che
il film non racconta nulla, che è solo una commediola di scarso spessore
contenutistico rispetto alle precedenti opere del serbo bosniaco, sempre
innervate di riferimenti storici e politici. Il problema è che Gatto Nero,
Gatto Bianco è esattamente l'altro lato della banconota Underground. Se
la alzate verso una luce, vedete che i motivi in filigrana sono gli stessi,
medesime le ossessioni e le ferite. Un po' come accade, paradossalmente,
per le due produzioni spielberghiane Small Soldiers e Salvate Il Soldato
Ryan (anzi, l'opposto, nel senso che Small Soldiers, complice Joe Dante,
è il versante "profondo", intelligente, del retorico e patriottico-militarista
Ryan). Insomma, l'universo di cui si parla in Gatto Nero, Gatto Bianco
ed in Underground è lo stesso: un mondo popolato da sfruttatori e truffatori,
vittime e criminali di guerra, in cui l'unico modo per restare puri è
l'ingenuità e le uniche possibilità di sopravvivenza sono nella rakjia,
nella musica e nel sesso. Anche qui, come in tutti i film precedenti,
Kusturica è dalla parte dei perdenti, degli outsiders, degli innocenti.
Gatto Nero, Gatto Bianco è una scorribanda sull'eterna lotta per il denaro
e la sopravvivenza: grottesca come "Alan Ford", fumetto cui Kusturica
deve molto e che, non a caso, ha perennemente piazzato tra le mani di
uno degli scagnozzi del film; vitale come la scena d'amore nel campo di
girasoli, di gran lunga la più bella vista sullo schermo da La doppia
vita di Veronica di Kieslowski in poi; disperato come una nazione dilaniata
dalle peggiori truffe; delirante come una banda di zingari che suona appesa
ad un albero, divertente come tutto ciò che ci consente di vivere nell'inferno
e, pur sapendolo, di riderne.
Ed è inutile continuare l'elenco. Come per Kubrick, per Lynch, per Kiarostami,
per Kaurismaki, per Amelio, per Cronenberg, per Egoyan, per Wong Kar-Wai,
per Von Trier, le parole non bastano - e questo è tutto.
© 1998 reVision, Fabrizio Bozzetti
"UN FILM TRA SHAKESPEARE E I FRATELLI MARX"
Intervista a Emir Kusturica a cura di Stefano
Cappellini
Emir Kusturica, che cosa risponde a quei critici che la accusano
di aver fatto, con Gatto nero gatto bianco, un film disimpegnato?
Che questi critici non hanno visto Underground. Ho cercato in quel film
di chiarire il destino del mio paese, di estrarre l'epico dal tragico,
di realizzare un'opera contro i poliziotti orwelliani. Tutto in periodo
in cui era molto difficile affrontare l'argomento. Adesso Gatto nero gatto
bianco apre un nuovo ciclo, dopo ché per un po' avevo pensato che Underground
sarebbe stato il mio ultimo film. Questo non significa che in futuro io
non possa tornare a parlare di politica.
A distanza di qualche anno da quel film, che cosa è oggi per lei la
Jugoslavia?
La Jugoslavia è un concetto culturale che ha ancora una sua esistenza
concreta nonostante le frontiere. D'altra parte alcuni non hanno coscienza
nemmeno della lingua che parlano: si comportano come un austriaco che
sostenga di parlare "l'austriaco" anziché il tedesco. Io ho deciso di
vivere sotto la bandiera jugoslava e conosco almeno due o tre persone
che la pensano come me.
Considera finita per sempre la guerra?
La guerra non è mai finita perché è una grande industria.
Crede che l'Italia abbia fatto abbastanza per il suo paese?
Ha fatto quello che poteva. Non credo che all'Italia si potesse chiedere
più di tanto.
Cos'è che l'ha spinta a non smettere di fare cinema?
La noia.
Perché un nuovo film sul mondo dei gitani?
Non considero quella di Gatto nero gatto bianco una storia legata agli
zingari: si tratta di una storia generica su una strana combinazione di
generazioni che avrebbe potuto svolgersi in altri contesti. Avrei potuto
girare il film in Portogallo, in Italia, persino in Svezia. Certo, La
cultura gitana ha caratteristiche che non si possono trovare in altri
popoli, come ad esempio la velocità nei cambiamenti di stati d'animo.
Forse solo in Sud America è rintracciabile qualcosa di simile. Comunque
la particolarità del fare cinema sugli zingari è che ottieni film che
sono stranieri ovunque.
Ma qual è la condizione attuale degli zingari in Jugoslavia?
Purtroppo c'è un continuo calo di sensibilità verso i problemi della cultura
nomade, ma questo è un discorso che riguarda l'intera Europa. In Repubblica
Ceca tutti gli zingari sono stati espulsi dal paese e si è anche verificato
un orribile caso: alcuni di loro sono stati bruciati.
Come ha trovato gli attori del film?
A parte un paio di professionisti, gli altri li ho scelti tra veri gitani,
ma non per le loro capacità recitative quanto per il loro aspetto, come
faceva Federico Fellini. L'attore, professionista o meno, è la fonte d'energia
del film. Alla fine quelli che lavorano con me sono esauriti, ma anche
io lo sono, perché il rapporto tra gli attori e il regista è come quello
tra il bambino e il padre: se il regista non si risparmia, nemmeno gli
attori si risparmieranno. Se il regista, invece, si mette a fare il prezioso,
allora ...
A proposito di Fellini, quale film del regista italiano ha più influenzato
il suo immaginario di cineasta?
Posso dire che Amarcord ha tracciato la mia strada di regista. Mi ricordo
che per tre volte partii da Sarajevo con l'intenzione di vederlo a Praga,
dove ero studente, ma il viaggio era così stancante che ogni volta finivo
per dormire. Poi l'ho recuperato in cassetta e ne sono rimasto folgorato.
Che cosa rappresentano per lei il "bianco" e il "nero" del titolo?
Sono i due estremi entro i quali c'è la vita, con le sue contraddizioni
e le sue superstizioni espresse magicamente dalla mistica degli sguardi
dei gatti. Ma nel film c'è anche un'altra mia ossessione ottica nata in
seguito a una leggenda metropolitana: un uomo al quale viene sconsigliato
di parcheggiare la macchina in un certo posto perché c'è il pericolo che
gliela mangino i maiali. È così che il maiale è finito nel mio film.
Fellini a parte, quali sono gli altri motivi ispiratori di Gatto
nero gatto bianco?
È un film tra l'estetica di Shakespeare e la comicità dei fratelli Marx.
Eppoi, c'è il fumetto Alan Ford che sta sempre tra le mani di uno dei
personaggi. Al cinema amo le stesse cose che mi piacciono nei fumetti,
anche se il mio preferito non è Alan Ford, ma Corto Maltese.
Tornerebbe a fare film negli Stati Uniti?
Sì, perché ti trovi nelle condizioni migliori per poter realizzare al
meglio i tuoi film, ma non mi trasferirei mai a vivere lì, per via di
quella sindrome da iper-produzione di cui si resta vittime e del rapporto
militante con i soldi che i registi finiscono per sviluppare.
Qual è il suo rapporto col denaro?
Io non faccio film per guadagnare tanti soldi, ma per conservare le mie
emozioni. Ogni mio film nasce come se fosse il primo e l'ultimo.
Di cosa ci parlerà il suo prossimo film?
Per la prima volta farò un film tratto da un'opera letteraria,
il romanzo Albergo bianco di D.H. Thomas. Dovrei cominciare a girarlo
a metà dell'anno prossimo.
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