back Micael Moore
  Michael Moore




Data e luogo di nascita : 23 Aprile 1954, Flint, Michigan, USA
“Ci piace la non-finzione e viviamo in tempi fittizi. Viviamo in un’epoca dove ci sono elezioni fittizie per eleggere un presidente fittizio. Viviamo in un’epoca dove c’è un uomo che ci manda in guerra per ragioni fittizie. […] noi siamo contro questa guerra, signor Bush. Si vergogni, signor Bush, si vergogni.”
Questo discorso, pronunciato al ritiro dell’Oscar nel 2003, descrive il regista-produttore-scrittore Michael Moore meglio di ogni fotografia o commento. Nato e cresciuto a Flint, nel Michigan, Moore si distingue da giovanissimo per il grande impegno sociale sul territorio, esordendo nei media come editore del The Flint Voice e come commentatore sulla National Public Radio. Nel 1989 la svolta: Roger Smith, direttore della General Motors di Flint, vende la ditta alla Warner Bros lasciando ex-dipendenti e famiglie nella disperazione del tracollo economico; Moore non riesce a contenere la sua indignazione e decide di denunciare questo abuso con un documentario che gli costa tre anni di lavoro e 250.000 $. Roger and Me raggiunge una popolarità immensa e lancia il “personaggio” Moore: grasso e simpatico, berretto da baseball sempre in testa, intenzioni di sfondamento camuffate da buone maniere. Moore reinvesta il modo di fare documentario, proponendo una forma stilistica che rende un genere – il documentario, spesso ritenuto di secondo piano – godibile dal grande pubblico. Accanto ai temi di spinosa attualità, il protagonista assoluto dei film di Moore è Moore stesso: vestiti i panni del cittadino qualunque, assume consapevolmente l’atteggiamento del “cretino” che non sa nulla di nulla e se ne va in giro a chiedere le cose ai diretti interessati, eludendo così la trafila delle “fonti ufficiali”. Quando Moore decide di attaccare qualcuno, va a bussare al suo campanello anziché contattare il suo ufficio stampa. Moore si schiera nelle intenzioni e nello stile dalla parte della gente che non ha voce, dandogliene una attraverso la forza delle immagini filmate. Il risultato è una straordinaria popolarità, che tanto Smith quanto chi avrà la sfortuna di ereditarne il ruolo nelle produzioni a venire, pagano spesso a caro prezzo.
Nel 1992 gira un breve seguito a Roger and Me ,Pets or Meat: The Return to Flint per poi tentare l’avventura televisiva con l’irriverente serie estiva TV Nation . Nonostante il programma si aggiudichi l’Emmy Award come “Outstanding Informational Series”, non viene riconfermata per l’anno successivo.
Dopo una infelice sortita nel cinema di finzione, Moore riacquista il suo spirito battagliero e realizza The Big One , sui maltrattamenti ai danni dei lavoratori, svelando al mondo intero il mostruoso traffico di lavoro minorile in Indonesia da parte della Nike. Nel 1999 torna in Tv con The Awful Truth : la censura americana urla di terrore, il pubblico inglese e mondiale di giubilo. Moore è ormai un protagonista per vocazione e per plebiscito dello scontro sociale negli USA: vine arrestato durante le riprese del videoclip Sleep Now In The Fire della band attivista Rage Against The Machine, che protestava contro la politica di investimenti americani all’estero invadendo pacificamente la sede del New York Stock Exchange.L’elezione di Bush jr a Presidente USA nel 2001 porta a Moore una grossa apprensione politica e sociale, ma allo stesso tempo convince definitivamente il cineasta che la guerra sociale in America è ormai imprescindibile.
Nel 2002 realizza il colpo grosso: Bowling A Columbine è un successo strepitoso di critica e pubblico, Premio Speciale a Cannes e Oscar per il miglior documentario. Il film indaga l’insana ossessione degli statunitensi per le armi da fuoco, arrivando a proporre tesi ed ipotesi agghiaccianti. L’attacco alla leadership americana non si placa nemmeno per un momento, tanto sul video quanto attraverso i diversi bestseller che Moore realizza nel corso degli anni, e lo scontro con Bush approda al pubblico dominio.
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Da buon figlio della classe operaia, si è sempre professato marxista. Nel senso di Groucho Marx, mica del vecchio Karl, ci mancherebbe. Il vero senso dell’umorismo, però, Michael Moore dice di averlo imparato a scuola dalle monache. Umorismo guascone, acuminato, un’unghia populista e un po’ ruffiano verso il suo pubblico, ma con punte sublimi e travolgenti. In Fahrenheit 9/11 - il pamphlet anti-Bush, palma d’oro a Cannes c’è tutto «Big Mike». Il meglio e il peggio del suo talento: un montaggio perfido e indiavolato che ti inchioda alla poltrona per 122 minuti e nemmeno te ne accorgi; l’attualità con la «a» maiuscola vista con gli occhi dell’ everyman, l’uomo qualunque; i politici aggrediti a mani nude o, quantomeno, armate solo di un donchisciottesco microfono e una camera a spalla. Scavalcando allegramente filtri, permessi, segretarie e uffici stampa. Ma c’è pure tutta l’insidiosa ambiguità con cui flirta da sempre il documentarismo corsaro di Moore: quella di film smaccatamente faziosi travestiti, però, da reportage giornalistici. Poco male: perché l’autentica linfa dell’ingombrante Mike (pesa un quintale molto abbondante su un metro e 87 di altezza) non sono tanto i cibi caloricamente scorretti quanto le provocazioni. Piega del carattere che, ironizzando, qualcuno fa risalire alle «rissose» origini irlandesi.
Dl famiglia cattolica, Michael Moore è nato Il 23 aprile di cinquant’anni fa a Flint, nel Michigan proletario delle maxi-industrie automobilistiche. Il papà lavorava alla General Motors come la maggior parte del parentado. Però il piccolo (si fa per dire) lo mandano nelle scuole religiose. E c’è chi parla perfino di un suo breve passaggio in seminario. Altri, invece, ritengono che la sensibilità ambientalista il regista se la sia scoperta addosso negli anni verdi in cui frequentava gli Eagle Scouts. Di sicuro c’è che engagé, Michael lo diventa molto presto: a diciotto anni è eletto codirettore del liceo di Flint, forse il più giovane pubblico funzionario degli States. Nel 1976, dopo disordinati studi di giornalismo, fonda e dirige il giornale alternativo The Flint Voice, che poi si allarga e trasforma in Michigan Voice.
Dieci anni più tardi, a San Francisco, Moore è caporedattore di Mother Jones, rivista di punta della sinistra Usa. Ci resta solo qualche mese. Abbastanza, comunque, per farsi parzialmente finanziare dal giornale (il resto dei soldi lo mise insieme organizzando tombole di quartiere) il suo primo lungometraggio: Roger&Me (1989), documentario satirico sui licenziamenti alla General Motors. Il Roger del titolo è Roger Smìth, presidente della potente casa automobilistica, che durante tutto il film Michel Moore cerca di intervistare, senza successo. Un successo è invece l’esordio registico di bug Mike. Anche in Europa. Su Il manifesto Rossana Rossanda saluta il film con la frase: «Andatelo a vedere, o bestie». Dopo gli anni desertici e amari delle ristrutturazioni reaganiane, la sinistra è in cerca di nuovi cantori del proletariato post-fordista e nessuno sembra incarnare meglio la parte del voluminoso ragazzo venuto dal Michigan. Il «ciccione» impertinente che, berretto da baseball in testa e cinepresa in mano, ridà voce alla working class dimenticata e offesa, e morde le caviglie ai potenti. I critici dicono che col suo stile svelto, acido, divertente ma appassionato Moore ha reinventato il documentario. L’ha reso commestibile a tutti. Diciamo meno ammorbante. I critici dicono così ma poi (almeno in Italia) di Mike si dimenticano. Fino al 2003, quando sul palco degli Academy Awards, il regista riceve l’Oscar per Bowling for Columbine (e ne approfitta per una tagliente tirata anti-Bush).
Prima del documentario sull’ossessione americana per le armi da fuoco, Michael Moore non è rimasto con le mani in mano. Nel 1991 con i guadagni di Roger&Me ha girato il mini-sequel Pets or Meat :The Retum to Flint in cui torna a filmare gli effetti della disoccupazione nella sua città natale. In seguito ha collaborato a Blood in the Face , film inchiesta sugli estremisti bianchi del White Power. Ha inventato caustiche serie televisive come Tv Nation eThe Awful Truth, ma anche girato video-clip per i Rem e i Rage Against the Machine. Inoltre ha tentato una dimenticabile incursione nella fiction satirica col film Canadian Bacon (1995), dove immagina una guerra tra Canada e Stati Uniti. Molto meglio il documentario The Big One (1999), velenoso atto d’accusa contro le multinazionali nell’economia mondializzata. Già, perché nel frattempo Michael s’è accorto che il suo pubblico è cambiato. A fare il tifo per lui non ci sono più raffinati cinephiles e vecchi operaisti ma quei nuovi arrabbiati planetari post-tutto che i giornali chiamano sempre più insistentemente no global. Moore diventa il loro portabandiera. Li lusinga, se ne fa megafono. In tempi di risorto antiamericanismo diventa ambasciatore dell’«altra America». E si monta pure un po’ la testa, come quando, di recente, ha dato le pagelle ai governanti di mezzo mondo da Blair a Berlusconi. Pagelle pessime, c’è bisogno di dirlo?
Sposato con Kathleen Glynn (produttrice del suoi film) che gli ha dato una figlia, Natalie, Michael Moore ha fatto della controinformazione militante un business creativo e intelligente, a patto che non diventi troppo furbo. Ha già scritto quattro libri di successo e lavora a un nuovo film sui sistema sanitario Usa, con particolare attenzione agli ospedali psichiatrici. Titolo provvisorio: Sicko. Nel 2000 sostenne Ralph Nader. Ha detto, però, che alle prossime elezioni voterà Kerry turandosi il naso. Per il candidato anti-Bush quel che si dice un testimonial di peso. Ma imprevedibile. Guai a fidarsi troppo di Mike la peste.
Marco Cicala Da Il Venerdì di Repubblica , 20 agosto 2004

filmografia
Sicko (2005) (pre-production )
Fahrenheit 9/11 (2004)
Bowling for Columbine (2002)
"Awful Truth, The" (1999) TV Series
And Justice for All (1998) (TV)
Big One, The (1997)
TV Nation (1995) (V)
TV Nation 2 (1995) (V)
Canadian Bacon (1995)
"TV Nation" (1994) TV Series
Two Mikes Don't Make a Wright (1992) (segment "Pets or Meat: The Return to Flint")
Pets or Meat: The Return to Flint (1992) (TV)
Roger & Me (1989)