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Spike Lee



BIOGRAFIA:
Nato nel 1957 ad Atlanta (Georgia), nel cuore nero degli Stati Uniti, Spike Lee si è proposto da subito come un fenomeno a sè stante: il suo lungometraggio d’esordio infatti, Lola Darling - produzione indipendente a bassissimo costo, girata in esterni reali e in bianco e nero (evidente in questo l’influenza della Nouvelle Vague) - ebbe uno straordinario successo, fu distribuito su scala internazionale e, dato il suo umorismo corrosivo e anticonformista, suggerì il paragone con Woody Allen. In realtà, da allora (1986), Spike Lee ha percorso una strada assolutamente personale, distaccandosi sempre più decisamente dai toni della commedia per affrontare le predilette, scottanti questioni di razzismo, emarginazione e violenza metropolitana con stile tagliente e sguardo impietoso. Il tutto sostenuto da una scrittura brillante e provocatoria, di grande intelligenza visiva, scandita da ritmi che mostrano l’influenza esercitata su Lee dalla musica jazz (suo padre, Bill Lee, era un bassista, e i film di Spike, affollati di personaggi, hanno spesso la cadenza della jam-session) e dalla cultura rap nella quale il regista è cresciuto e che si ritrova nei dialoghi spesso fluviali da lui scritti. Così, da Fa’ la cosa giusta a Jungle Fever, da Malcom X a Clockers, He Got Game, Summer of Sam, fino alla 25° ora, Spike Lee è riuscito a tracciare degli Stati Uniti un ritratto acuto, caustico, mai condiscendente, schierato ma privo di manicheismo, lucido e accorato nello stesso tempo.

FILMOGRAFIA:
(aggiornata al 2003)
Ten Minutes Older - The Trumpet (2002)
La 25a Ora (2002)
A Huey P. Newton Story (2001)
Bamboozled (2000)
S.o.s. Summer Of Sam - Panico a New York (1999)
He Got Game - Egli Ha Vinto (1998)
Quattro Ragazzine (1997)
Bus in Viaggio (1996)
Girl 6 - Sesso in Linea (1996)
Quando Eravamo Re (1996)
Clockers (1995)
Drop Squad (1994)
Crooklyn (1994)
Malcolm X (1992)
Jungle Fever (1991)
Mo' Better Blues (1990)
Fa' la Cosa Giusta (1989)
Aule Turbolente (1988)
Lola Darling (1986)


APPROFONDIMENTO:
INTEGRAZIONE E DEVIANZA
È verso la fine degli anni settanta che i neri americani riescono a rappresentare loro stessi attraverso il mezzo cinetelevisivo, strumento fino a quel momento appannaggio dei WASP (i bianchi anglosassoni e protestanti). Fra i primi lavori di afroamericani sugli afroamericani ricordiamo sicuramente la mitica serie televisiva de “I Jefferson” di grande successo anche in Italia. Ne sono seguite, di li a poco, altre come quella sulla famiglia Robbinson o la recente “Willy il principe di Bel Air”.
Il fatto è che queste serie televisive hanno voluto rappresentare familie afroamericane, per così dire, “integrate” comunque appartenenti ad una borghesia medio-alta, essa stessa WASP se non fosse per il dettaglio del colore della pelle. Forte era l’esigenza di dimenticare e fare dimenticare l’immagine del negro proposta fino ad allora nel cinema hollywoodiano anche da registi non certo reazionari come Billy Wilder, immagine di uno schiavo ignorante promosso semplicemente a servo ignorante sempre e comunque al servizio “dell’uomo del monte di turno”, pronto ad assecondarlo a forza di “Si badrone !”.
L’immagine di “integrazione e normalità” non era però così corrispondente alla realtà della condizione sociale della massa degli afroamericani. Insomma, a tutt’oggi, la minoranza nera è protagonista principale di tutte le classifiche socio-economiche negative americane.
Sono i più poveri, i meno istruiti, rappresentano la maggioranza della popolazione carceraria della federazione, sono i maggiormente giustiziati con la pena capitale e sono i maggiori protagonisti attivi e passivi della violenza quotidiana che sconvolge gli USA.
Si può dire che gli afro-americani rappresentino un gruppo sociale particolarmente incline al fenomeno della devianza (dalle norme socio-culturali che ogni società stabilisce). Il sociologo Robert K. Merton riformulando la geniale teoria dell’anomia di Durkheim sostiene che la devianza emergerebbe quando le norme socio-culturali entrano in conflitto con la realtà sociale in cui vive l’individuo. Nella società americana (come in una certa misura in altre società occidentali industrializzate) i valori generalmente accettati enfatizzano il “farsi strada”, il “fare soldi”, l’ideologia del “self made man” ed in poche parole il successo materiale. Viene supposto che il raggiungimento di questi obiettivi passi attraverso il duro lavoro unico viatico al vero il successo indipendentemente dalla condizione sociale di partenza. In realtà non è così, perché la maggior parte di coloro che partono svantaggiati ha possibilità di avanzamento molto limitate (la mobilità sociale è ridotta). Quelli che non “riescono” si vedono, però, condannati per l’apparente incapacità di ottenere successo. Il comportamento deviante risulta così una modificazione dei mezzi per raggiungere gli stessi fini propagandati dalla società. E’ così ad esempio che il ragazzo afroamericano del ghetto può iniziare a spacciare crack o a rapinare drugstore perché è l’unica strada al “successo” di cui può disporre.
Sembra che per rappresentare la realtà del ghetto nel cinema si sia dovuto aspettare il genio di Spike Lee che anche grazie al successo commerciale delle sue pellicole è riuscito a spianare la strada a tutta l’onda dei nuovi registi neri che in parte ha pure prodotto. Sembra anche però che molto spesso questi film risultino ancora scomodi, e diano non poco fastidio. Ricordiamo, infatti, le accuse di razzismo alla rovescia indirizzate allo stesso Spike Lee a nostro avviso invece campione di tolleranza, e addirittura di femminismo. Ricordiamo anche le censure indirette (vedi mancata distribuzione) di molti di questi film come nel caso di Crooklyn e di Panther del bravo Mario VanPeebles. E ricordiamo, infine, le numerose accuse di estremismo ed incitamento alla violenza di cui sono oggetto i film di Singleton.
“Il pubblico è così abituato alle rappresentazioni della morte brutale della gente nera nei film di Hollywood che nessuno si sente oltraggiato quando i nostri corpi vengono trucidati violentemente. Non sono riuscito a trovare un film di Hollywood dove un bambino bianco fosse l'oggetto di un assassinio prolungato e brutale commesso da un potente uomo bianco, nessuna immagine paragonabile a quella di Paris Trout. Eppure nessuno in America protesta pubblicamente contro questa immagine, anche se il film va oltre il pubblico delle sale cinematografiche, arrivando ai fruitori di videocassette e facendosi così strada negli spazi intimi della vita domestica e del mondo privato dei valori familiari. A quanto pare la rappresentazione esplicita dell'assassinio di una ragazzina nera non causa alcuno shock, non genera dolore o proteste. Esiste un accordo culturale collettivo per il quale la morte dei neri è inevitabile, senza significato, senza troppo valore. Per cui non c'è nulla da piangere.” (Spike Lee).