
EYES WIDE SHUT (Gran Bretagna
1999)
Regia: Stanley Kubrick
tratto da: Traumnovelle (Doppio sogno) di Arthur Schnitzler
Sceneggiatura: Stanley Kubrick & Frederic Raphael
Fotografia: Larry Smith
Effetti Speciali: Garth Inns
Montaggio: Nigel Galt
Scenografia: Leslie Tomkins, Roy Walker
Musiche: Jocelyn Pook, Dominic Harlan, Chris Isaak, Brad Meldhau, The
Vienna Philharmonic, Oscar Peterson Trio, The Vienna Philharmonic, Concertgeboux
Amsterdam
Suono:
Paul Conway: supervisore montaggio sonoro
Edward Tise: supervisore missaggio sonoro
Casting: Denise Chamian, Leon Vitali
Decorazione Set: Lisa Leone, Terry Wells
Direttore Artistico: John Fenner, Kevin Phipps
Costumi: Marit Allen
Trucco:
Robert McCann: trucco attori
Kerry Warn: acconciature
Interpreti:
Tom Cruise: Dr. William Harford (Bill)
Nicole Kidman: Alice Harford
Sydney Pollack: Victor Ziegler
Marie Richardson: Marion
Rade Serbedzija: Milich
Todd Field: Nick Nightingale
Vinessa Shaw: Domino
Alan Cumming: Desk Clerk
Sky Dumont: Sandor Szavost
Fay Masterson: Sally
Leelee Sobieski: Milich's Daughter
Thomas Gibson: Carl
Madison Eginton: Helena Harford
Louise J. Taylor: Gayle
Stewart Thorndike: Nuala
Julienne Davis: Mandy
Carmela Marner: Waitress at Gillespie's
Tres Hanley
Clarke Hayes
Harvey Keitel: Victor Ziegler (scene tagliate)
Jennifer Jason Leigh: Marion (scene tagliate)
Assistente di Regista: Brian W. Cook: primo assistente di regista
Contabile di produzione: Matt Dalton
Assistente Mr. Cruise: Michael Doven
Supervisore sceneggiatura: Sue Field
Assistente supplementare costume: Melissa Layton
Insegnante linguistico: Elizabeth Himelstein
Direttore Fotografia (seconda unita'): Arthur Jafa
Seconda Unita' (Direttore Fotografia): Malik Hassan Sayeed
Direttore Fotografia (seconda unita'): Patrick Turley
Assistente oggetti in scena: Thomas R. Wagner
Effetti Speciali: Effects Associate Ltd.
Prodotto da: Stanley Kubrick, Brian W. Cook (co-produttore), Jan Harlan
(produttore)
Case Produttrici: Worner Bros/Hobby Films/Pole Star
Distibutore: Worner Bros
Durata: 159 minuti
Bianco&Nero/Colore

TRAMA
Una giovane coppia dell'alta società newyorchese. Ricchi, di
bella presenza, genitori di una adorabile figlioletta. Lui medico affermato,
lei ex direttrice di una galleria d'arte, ora madre a tempo pieno. Ecco
William Harford (Tom Cruise) e la sua dolce metà, la splendida
Alice (Nicole Kidman), soggetti/oggetti di un idilliaco quadretto familiare.
L'idillio si frantuma quando all'interno della coppia si insinua il
dubbio del tradimento. La fantasia mai realizzata di un amore extraconiugale.
Alice confessa al marito un suo "sogno" ormai passato: una
notte di sesso con uno sconosciuto. Incapace di reagire verbalmente
alla provocazione, di inventarsi un suo "sogno", Bill preferisce
fuggire. Uscire nella notte per correre al capezzale di un paziente
ormai morto. In questo modo ha inizio un lungo viaggio/incubo attraverso
un mondo sospeso tra realtà e sogno, tra veglia e sonno. Un mondo
popolato da strani ed illogici personaggi che converge, seguendo le
linee del tempo e dello spazio, in una enorme casa poco fuori i confini
della città di New York. Un luogo "a parte" dove tutte
le ossessioni e le pulsioni umane si trovano riunite. Sesso, morte,
disperazione e vita convergono quasi forzatamente in questo enorme buco
nero. Il viaggio di Bill si trasforma in un viaggio soggettivo, quasi
subliminale. Un percorso ad ostacoli alla scoperta del rapporto che
lega il mondo e la persona, l'individuo e la società, l'io e
l'es.

Eyes Wide Open
Occhi ben aperti, ma nello stesso tempo chiusi.
Gli occhi di Lolita, dietro uno scurissimo paio di occhiali da sole
a forma di cuore. Gli occhi del feto astrale di "2001: Odissea
nello spazio", aperti sul nulla. L'occhio di Alex, inquietante,
pesantemente truccato, quasi deformato. Il cinema dello sguardo ha sempre
avuto in Stanley Kubrick uno dei suoi più grandi cantori. Fino
all'ultimo ciak.
In "Eyes Wide Shut" egli, il demiurgo che ci parla da decenni
della "condition humaine" con estrema lucidità e disincanto,
ci trasforma in "voyeurs", l'incarnazione perfetta degli occhi
aperti e chiusi, contemporaneamente: il voyeur guarda senza essere visto,
ha gli occhi ben aperti ma li finge chiusi. Sbircia, come da dietro
una maschera. La sua mdp, moderno buco della serratura in movimento,
si insinua lentamente ma inesorabilmente nel "chiuso" di una
coppia, ci apre uno spazio dove dovrebbero poter entrare solo marito
e moglie. E - forse per la prima volta in tutta la sua carriera - ci
parla di sentimenti "umani", di debolezze "confessabili",
di quell'amore tra uomo e donna che puo' forse arenarsi tra le secche
del dubbio, della sfiducia, della noia, della menzogna, ma che è
allo stesso tempo capace poi di ripartire con forza maggiore. L'uomo,
l'essere umano, la bestia assetata di sangue votata inesorabilmente
alla sconfitta se solo si arrende al sentimento (esemplari, in questo
senso, le parabole di Humbert Humbert e Lady Lyndon), finalmente sembra
vedere la luce alla fine del tunnel (o del labirinto?). C'è un
futuro, finalmente, per un uomo ed una donna che si amano, nel cinema
di Stanley Kubrick?
Ma gli elementi anomali in "Eyes Wide Shut" non finiscono
qui: per la prima volta, la sensazione che un romanzo, una novella,
un racconto sia stato riprodotto con estrema fedeltà è
davvero forte. Da un'intervista rilasciata da Kubrick subito dopo l'uscita
di "Arancia meccanica", nel 1972, apprendiamo che ha appena
acquistato i diritti sulla "Traumnovelle". Un progetto che
aveva in cantiere da - almeno - più di vent'anni. Un progetto
che lo ossessionava. Un progetto che - forse - altro non poteva essere
se non il suo testamento.

Eyes definitely shut
Eppure non manca nessuno dei suoi topoi: il tema del doppio (marito
e moglie vivono esperienze opposte e speculari, un sogno che sembra
reale, una realtà che sembra un sogno), quello dell'ossessione,
quello dei piani di realtà che si intersecano continuamente tra
di loro, in un martellante gioco di specchi e di rimandi. Un Kubrick
diverso, ma allo stesso tempo immediatamente riconoscibile. Quanto basta,
se non di più, per sentirsi morire un po' dentro, appena partono
i titoli di coda: molti sono gli occhi arrossati, fuori dal Palagalileo
che ha ospitato l'anteprima europea di "Eyes Wide Shut", film
d'apertura della 56a Mostra del cinema di Venezia.
Tra il manipolo di marines che canta, grottescamente, l'inno di Topolino
e Nicole Kidman-Alice-Albertine che confessa al marito di amarlo sono
passati 12 anni. Non so se siamo migliori, rispetto ad allora, o più
saggi. Sicuramente siamo un po' più poveri: uno degli ultimi
geni di questo secolo, un uomo che ha saputo tenere gli occhi sempre
ben aperti sulla realtà, ci ha lasciati quest'anno, a pochi mesi
dal volgere del millennio. I suoi occhi ormai, purtroppo, sono definitivamente
chiusi.
Federica Arnolfo
Expanded Cinemah

Eyes Wide Shut è il film della crisi. Una crisi percepibile sia
all'interno che all'esterno del testo cinematografico. Crisi che già
è evidente nel titolo, con il contrastante accostamento tra wide
e shut, due lemmi che nel normale utilizzo della lingua inglese non
si trovano mai l'uno accanto all'altro. Solitamente in inglese gli occhi
sono wide open, e mai wide shut. "Occhi aperti chiusi" sarebbe
la traduzione più fedele del titolo. Una dicotomia scritta, un
forzato avvicinarsi di elementi opposti, che segna ed esaurisce il significato
del film. Una prima crisi è dunque quella del linguaggio scritto.
Nel rito di passaggio tra il linguaggio scritto, nella sua forma complessa
di romanzo, e il linguaggio cinematografico, è nascosto il secondo
sintomo dell'inquietudine. Come è noto tutti i film di Kubrick
sono tratti da romanzi o novelle pubblicate in precedenza. Il cinema
del regista americano è un cinema del già letto. Una manipolazione
di materia letteraria già preesistente. Lo scarto tra la materia
letteraria e la materia cinematografica è il cinema di Stanley
Kubrick. Le sue ossessioni, le sue manie, la sua poetica cinematografica.

Nei precedenti processi di passaggio dalla parola all'immagine lo scarto
era ben evidente. Così come evidente era l'autorità assoluta
di Kubrick sul suo lavoro. Shining è in definitiva più
conosciuto come film diretto da Kubrick che come romanzo scritto da
Stephen King. Eyes Wide Shut è tratto da un breve romanzo scritto
nel 1926 dall'austriaco Arthur Schnitzler, "Doppio Sogno".
Una breve storia ambientata nella Vienna di fine ottocento. La meccanica
narrativa del testo letterario è riproposta quasi fedelmente
da Kubrick nel suo film. E' evidente in questo appiattimento la crisi
del regista nei confronti della manipolazione del testo scritto. C'è
chi ha parlato di debolezza di Kubrick nei confronti della materia del
romanzo, pare però più coerente al personaggio Kubrick
un moto di rispetto del regista nei confronti del romanziere. Topoi
come il labirinto temporale, spaziale, mentale, l'ossessione per gli
specchi e le superfici riflettenti (il desiderio inconscio in ciascuno
di noi di vedersi vedere), l'assimilazione tra il reale e l'immaginario,
tra il sogno e il fatto, la dicotomia sesso/occhio, sono facilmente
rintracciabili sia nella filmografia di Kubrick che nell'opera di Schnitzler.
È altresì evidente che, in questo caso di calco quasi
perfetto tra le due espressioni artistiche, le differenze balzino immediatamente
all'occhio. Simbolo di queste differenze e luogo tipicamente kubrickiano
è la scena che si svolge nel bagno all'inizio del film. Stanza
da bagno che, come spesso accade nel cinema del regista di 2001 Odissea
Nello Spazio, vede evidenziarsi in maniera inequivocabile il nesso tra
lo "sguardo" (bagno come la sala degli specchi), il voler
assolutamente vedere oltre, e la morte (come accade in Shining e Full
Metal Jacket). Andando in questo modo a formare un triangolo di parole,
sesso - occhio - morte, dentro al quale si sviluppa e chiude tutta la
filmografia di Kubrick. Forma geometrica semplice sul cui periplo si
muovono tutti i personaggi dei suoi film.
La crisi del linguaggio scritto, e della sua manipolazione, si riflette
anche nella crisi della narrazione cinematografica. In Eyes Wide Shut
ogni possibile punto di climax è rimandato ad infinitum. Questo
continuo movimento di deferimento è evidente anche nella lunga
serie di coitus interruptus dei quali è vittima il protagonista
maschile. Sempre sul punto di consumare il suo desiderio sessuale e
sempre costretto a rimandarlo ad un dopo che non arriva mai, neppure
alla fine del film. Anche la scena dell'orgia nella casa di campagna,
momento che potrebbe avvicinarsi ad un ipotetico punto di climax, si
trova "spiazzata" all'interno della narrazione. Posta com'è
al centro del film, questa sequenza onirica non fa che accentuare la
messa in dubbio delle più elementari regole narrative. Questa
breve scena, tanto discussa anche a livello di mass media, mette in
mostra un altro tipo di crisi che esula dallo vicenda raccontata dal
film. La crisi della censura cinematografica. Delle sue ragioni e dei
presunti valori morali ai quali si appella. In Europa e negli Stati
Uniti si assiste a due diversi film. La censura americana ha infatti
fatto in modo che venissero inserite, proprio durante la scena dell'orgia,
delle figure umane create artificialmente a computer. Questi "falsi"
personaggi hanno il compito di celare parzialmente tutta la serie di
atti sessuali che si svolgono davanti agli occhi di Bill Harford durante
il suo vagare tra le stanza della magione rinascimentale. In un momento
in cui tutto, ma proprio tutto, viene mostrato non si riesce in realtà
a vedere più nulla. L'atto sessuale rimane un tabù visivo.
Anche il senso della vista manifesta apertamente in questo film il suo
momento di smarrimento.

Realtà virtuali, realtà immaginate, realtà posticce
ed appositamente (ri)create. L'occhio non è più in grado
di distinguere. Il cinema di fine millennio, infarcito di spettacolari
e costosissimi effetti speciali creati al computer, non fa altro che
aumentare la confusione.
Tutte le varie tipologie di crisi espresse all'interno ed all'esterno
della pellicola trovano il loro rappresentante nel personaggio interpretato
da Tom Cruise. Figura che incarna perfettamente un altro tipo di smarrimento.
Lo smarrimento dell'uomo (post)moderno, sempre alla ricerca di una propria
identità di gender. Gli "eyes" del titolo diventano
per omofonia il plurale di "I". Un uomo che sembra aver smarrito
il suo ruolo centrale nell'universo fallocentrico disegnato ad inizio
secolo da Sigmund Freud. E' una donna mascherata a salvare il povero
Bill dalla setta che pratica il sesso libero. E' la sconosciuta a sostituirsi
a Bill alla fine del baccanale. E' lei a sacrificarsi al suo posto,
permettendogli in questo modo di allontanarsi sano e salvo dalla villa.

La seconda parte del film si gioca in pratica tutta sul manifesto disagio
della coppia gender/genre. Bill si butta alla ricerca della mascolinità
perduta a causa della donna che lo ha salvato. Lo scopo, neppure molto
celato, di questa indagine è quello di riconquistare il suo ruolo
fondamentale di uomo/fallo per potersi poi ripresentare come tale al
cospetto della moglie. È durante la sua indagine che emerge la
crisi del genere. Ben presto Bill si trova ad indagare, novello Marlowe
della psiche, su di un crimine mai commesso, alla ricerca di un colpevole
mai esistito. Come ben spiega verso la conclusione del film l'anfitrione
suo amico, la morte della ragazza è una morte accidentale, dovuta
esclusivamente a cause naturali. La scomparsa del suo amico pianista
è dovuta essenzialmente ad improvvisi impegni lavorativi di quest'ultimo.
Nulla può essere più credibile della menzogna ben raccontata.
Se non vi è crimine, se manca il colpevole, non esiste neppure
un genere ben definito. Eyes Wide Shut come thriller mancato.
L'ultimo segnale di malessere Kubrick lo riserva alla critica cinematografica.
Eyes Wide Shut è in grado di mettere in discussione, di stravolgere,
le solite, e forse ormai obsolete, griglie interpretative. Appare alquanto
inutile infatti chiedersi se Eyes Wide Shut è un capolavoro,
quando ogni cosa, all'interno ed all'esterno del film, spinge verso
una messa in dubbio del concetto stesso di capolavoro. Capolavoro cinematografico,
artistico o letterario. Chi decide?
Da un regista che amava in modo maniacale il gioco degli scacchi una
messa in scacco dello spirito critico. Era il minimo che ci si potesse
aspettare dall'opera ultima di un regista atipico che, dopo avere aperto
gli occhi a tante persone appassionate di cinema, si è accontentato
di chiudere i suoi per sempre.
© 1999 reVision, Fabrizio Pirovano