E dunque chiude la terzultima sala cinematografica bolzanina
sopravvissuta sino ad oggi, il Concordia, soffocata da concorrenti presenti
e futuri, largamente dotati di risorse finanziarie d’origine pubblica
o privata.
Per quanto riguarda la distribuzione cinematografica, quaranta o cinquant’anni
fa Bolzano era una città importante.
Senza voler tornare all’inizio del secolo scorso (epoca a cui
risale una sola sala cinematografica ancora attiva, il Cinema Eden)
verso il 1955-65 a Bolzano esistevano i seguenti cinematografi: l’Augusteo
(oggi Auditorium, in Via Dante), l’Astra (in Via Milano), il Boccaccio
(in Via Torino), il Capitol (in Via Streiter), il Centrale (situato
presso l’UPIM centrale), il Columbia (sorto più tardi in
Via Resia), il Concordia (in Corso Italia), il Corso (in Corso Libertà),
il Druso (attuale auditorium EURAC), il Roma (in Via Cappuccini). Dieci
sale, più un buon gruppetto di cinema parrocchiali. Una città
quindi che poteva contare su una sala ogni otto-diecimila abitanti,
e una città per certi versi moderna, progredita, caratterizzata
da costumi sociali avanzati e disinibiti, il che spiega perché,
per quanto riguarda la distribuzione, rivestisse il ruolo di “città
capozona”; i film in prima visione, infatti, arrivavano prima
qui, a volte, che nelle grandi città, soprattutto se si trattava
di film magari un po’ sperimentali o inconsueti - film da testare,
insomma - o particolarmente audaci dal punto di vista sessuale: i distributori
sapevano, o credevano di sapere, che la magistratura locale, rispetto
a quella del resto del Paese, era “di manica larga”, e di
solito, quando l’immancabile cittadino bempensante di, diciamo,
Canicattì, sporgeva denuncia per oscenità se un’inquadratura
mostrava per qualche attimo una fuggevole nudità, la causa doveva
essere dibattuta a Bolzano, sede della prima proiezione, dove i giudici
assolvevano la pellicola e le permettevano di continuare a circolare
liberamente. (A questo punto sui manifesti pubblicitari del film comparivano
avvisi del tipo “denunciato per oscenità a Canicattì
e poi assolto dalla magistratura di Bolzano”, che ovviamente facevano
lievitare considerevolmente gli incassi).
Dunque, molto cinema, cinema nuovo, bel cinema a Bolzano, qualche decennio
fa; e circoli di cultura cinematografica attivissimi come il Cineforum,
il Circolo La Comune, più tardi il Filmclub, con centinaia di
soci e proiezioni affollatissime dedicate ai film di registi non facili
o innovativi come Anghelopulos, Antonioni, Bergman, Bresson, De Seta,
Dreyer, Godard, Greenaway, Kubrick, Kurosawa, Jancso, Olmi, Rocha, Truffaut,
Wenders…
Poi il boom della televisione, il riflusso, le videocassette con la
connessa scomparsa delle seconde e terze visioni, la crisi del dibattito
nei cineforum, la “riscoperta del privato”…
A questo punto hanno già chiuso il Centrale e l’Astra,
chiudono via via il Cinema Roma, sala bellissima che nessuno pensa di
tutelare e che d’altronde ha ormai acceso le luci rosse, il Corso
(elegante edificio razionalista anch’esso degnissimo di tutela),
il Druso (ridotto anche lui negli ultimi anni alle luci rosse), l’Augusteo
(riattato un po’ malamente, dopo molti anni, a sala per concerti),
il Capitol (che risorgerà dopo anni ad opera del Filmclub-Filmrunde
grazie a potentissime iniezioni di denaro pubblico), il Boccaccio (che
aveva presentato a Bolzano, sul suo grandissimo schermo, il primo film
in Dolby, Apocalypse Now), il Columbia (prima luci rosse, ora Bingo!).
Siamo così alla fine del secolo, e quali sono le sale aperte?
La più antica, l’Eden (che per motivi storico-artistici
l’ente pubblico ha l’assoluto dovere di salvare e di conservare
nella sua funzione originaria di cinema), il Concordia e il Capitol-Filmclub.
All’orizzonte si affaccia una smisurata multisala e le sale minori,
strette fra la concorrenza presente della mini-multisala del Filmclub,
piccola ma, diciamo così, sponsorizzata, e quella futura della
vera multisala di Via Macello, cominciano a non farcela più.
Il primo a cedere è il Concordia.
A mesi, comunque, apre la tanto attesa multisala: da città capozona,
Bolzano si è trasformata in terra di conquista per un capace
e fortunato imprenditore trentino. Si parla di sette sale. Speriamo
che a proposito di quest’iniziativa si verifichi quanto scritto
dallo storico e critico Mario Verdone, padre del noto comico: “È
nelle multisale […] che l’amante del buon cinema scopre
L’albero delle ciliegie dell’iraniano Kiarostami, Train
de vie del rumeno Mihaileanu, Svegliati Ned dell’irlandese Jones,
My name is Joe girato in Scozia da Loach; […].
L’incontro con opere inconsuete, però mai trascurabili,
crea un effetto valore sugli spettatori più svegli e più
attenti: la loro cultura cinematografica si affina, la richiesta di
buon cinema aumenta, il desiderio di approfondire meglio un’arte
accessibile a tutti si fa legittimo e si rafforza. Sono film che spesso,
e fortunatamente, trovano poi posto proprio negli esercizi di minor
richiamo, i quali, magari, si avvantaggiano di costi di noleggio meno
proibitivi. Si allarga la fruizione delle opere di cinesi, georgiani,
neozelandesi, danesi, spesso con firme non riconoscibili tra noi, che
si distinguono dai filmetti, cui non si nega il diritto di esistenza,
come la buona letteratura si distingue da quella "bassa" di
consumo.”
Alla morte del Concordia seguirà almeno la nascita di una multisala
di questo tipo, che rimetterà in moto un circolo virtuoso, che
permetterà a qualche iniziativa minore orientata al cinema di
qualità, agli “esercizi di minor richiamo” di cui
parla Verdone, di prendere nuovamente piede?
E se questo purtroppo non avverrà, l’apertura di un grande
centro dedicato al cinema di pura evasione servirà almeno a convincere
l’unica struttura cinematografica che per origine e scopi statutari
dell’associazione che la gestisce, il Filmclub-Filmrunde, si dovrebbe
occupare solo di cinema d’arte e cultura, a farlo davvero? Magari.
Inanto si pensi almeno al modo di salvare il cinema Eden, che è
un pezzo di storia bolzanina.
Ferruccio Cumer
ferruccio@cumer.it