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Marzo 2001
Parliamo qui di moscerini,
cioè di piccoli animaletti che volteggiano per le autostrade della
produzione e della distribuzione italiana, dove automobili fiammanti corrono
ad altissima velocità, senza rispettare il limite. I moscerini
sono i nostri film indipendenti in attesa di distribuzione. La domanda
è: come riusciranno ad evitare di spiaccicarsi sui parabrezza delle
grosse major?
Innanzitutto, una premessa: che un film sia in attesa di distribuzione
non significa necessariamente che non l'abbia ancora trovata. Il film
di Gaglianone I nostri anni è ancora nel suo limbo solo perché
sta cercando disperatamente il momento giusto per vedere la luce di un
proiettore, con la distribuzione della 'Pablo' di Gianluca Arcopinto.
Questo accade, ovviamente per altri motivi, anche per alcuni film americani
promossi dalle grosse major - uno per tutti, Rush hour, tra gli ultimi
film di Jackie Chan. Ma nel caso delle produzioni (ultra)indipendenti
come quelle di cui tratteremo qui, il problema si fa doppiamente difficile.
Perché la marginalità di questo cinema, ultimo baluardo
del termine autorialità (c'è da chiedersi se le due parole
in Italia non siano legate da un destino grottesco), significa in fin
dei conti soprattutto marginalità di distribuzione. Non è
una novità che qui da noi si realizzino molti più film di
quanti se ne vedano poi in sala. Ma quanti credete che siano tra questi
quelli indipendenti? Ebbene, la maggior parte. E per la maggior parte
di loro distribuzione significa due o tre giorni di sala, due o tre sale
in tutta Italia, nonostante il fatto che spesso siamo di fronte a veri
e propri piccoli capolavori (Girotondo, giro intorno al mondo, di Davide
Manuli nel 1999, I nostri anni di Gaglianone quest'anno, casualmente entrambi
fotografati in bianco e nero). E un'altra cosa, per quanto forse ovvia:
il riferimento dell'ultra-indipendenza non è solo quello economico,
ma anche quello delle idee: politiche (Daniele Gaglianone con I nostri
anni), culturali (Fabio Rosi con L'ultima lezione), sociali (Il prezzo)
e di linguaggio (Franco Bertini con Tutt'apposto ed Eros Puglielli con
Tutta la conoscenza del mondo).
Anche per questo sentiamo necessario augurarci che proprio questi film,
in particolare, risolvano il problema della loro distribuzione - cioè
della loro visibilità - primo e inalienabile approdo di un'opera
cinematografica.
Fabio Rosi a proposito del suo film, L'ultima lezione: "Nessun distributore
lo ha visto, è impossibile o quasi riuscire a farlo vedere: ne
abbiamo contattati parecchi, mettendo a disposizione copia e sala per
proiezioni, anche singole. Niente. Sembra che nessuno riesca ad organizzarsi
per vedere un film del quale, in ogni caso, si è parlato su tutti
i mezzi di informazione: almeno la curiosità! In ogni modo ora
sembra che qualcosa si stia muovendo (siamo tenacissimi), e forse almeno
una dignità di risposta riusciremo ad ottenerla. Se non altro abbiamo
già avuto numerosissimi inviti (ma veramente tanti) per proiettare
e dibattere il film in università, scuole e cineclub di tutta Italia.
Forse è questo l'alveo naturale del film. E, sperando comunque
in una futura uscita in sala, sono queste le proiezioni che mi danno più
soddisfazione". Il film è stato prodotto dalla River Film
di Dario Formisano e Roberto Gambacorta, piccola e coraggiosissima casa
di produzione indipendente, responsabile qualche anno fa di Isotta (di
Maurizio Fiume) e di molti cortometraggi di giovani talenti. Ed ora, con
un notevole sforzo economico (realizzato con i propri mezzi), di quest'ultimo
lungometraggio per la sala. Preterizione: nonostante la diretta emanazione,
non faremo nessun paragone con il libro di Ermanno Rea. Innanzi tutto
perché il film è molto liberamente tratto dal romanzo-saggio
L'ultima lezione del giornalista napoletano. Poi, perché la scelta
di chiamare il film come il libro ha avuto ragioni lontane dalla volontà
del regista, che avrebbe preferito Senza salutare, un titolo più
vicino alla sceneggiatura così come si è venuta formando
nei cinque anni di lavoro che Fabio Rosi ha dedicato alla sua prova cinematografica
d'esordio. Il libro di Rea non può generare una sceneggiatura senza
che questa sia costretta a travisare completamente la struttura del libro
stesso, che non è narrativa tout-court, bensì altalenante
tra la riflessione sul genere del giallo alla Sciascia e la critica del
pensiero economico, tra il racconto dell'ultima lezione universitaria
di Federico Caffè e i percorsi della politica degli anni '80 (ma
di Craxi e Berlinguer nel film non si parla, se non per allusioni indirette).
Detto ciò, L'ultima lezione è un film che cerca di dipanare
quanto nel libro è sottaciuto in termini di storia, amplificandone
certe evocazioni e tentando di insufflarle nell'impianto narrativo di
un love affair tra due giovani studenti del professore di economia, ripercorrendo
tramite questa, come in uno specchio, i possibili sentieri delle ipotesi
sulla sua scomparsa. Un progetto, quello di Fabio Rosi, che ha innanzi
tutto il merito e il coraggio di confrontarsi con un tema difficilissimo,
per la complicata trama di storie personali e vicende politiche che il
mistero di Federico Caffè si trascina dietro dal 1987, anno della
sua scomparsa. Roberto Herlitzka (Caffè) e Paolo Sassanelli (un
dirigente della Consob di quell'epoca) tratteggiano i due termini antitetici
di un periodo chiave per la politica italiana. E lo fanno senza sbavature,
Herlitzka infilandosi come in un guanto nel personaggio schivo e contraddittorio
di Caffè, Sassanelli riuscendo a rimanere sobrio e convincente
pur dovendo vestire i panni paradigmatici del rampantismo corrotto e iattante
di quegli stupidi anni. Meno convincenti i due giovani protagonisti, Ignazio
Oliva e Chiara Conti, un po' a disagio in questa prova (Oliva si era distinto
con un'ottima prestazione in un altro felice esordio, il primo Campiotti
di Come due coccodrilli). Per alcuni versi l'indipendenza così
vigorosa del progetto produttivo si fa sentire su alcuni aspetti tecnici,
per altri offre al film ottimi momenti dal punto di vista linguistico.
Per esempio nel meccanismo - semplice ma efficace - del ritorno della
stessa inquadratura nel corridoio della facoltà di Economia e Commercio
di Caffè, un lento carrello al buio che segue prima i passi del
professore, e molto dopo - a giochi fatti - del giovane allievo. Oppure
nell'utilizzo diegetico della colonna effetti nella scena finale: un ottimo
esempio di utilizzo della carica espansiva dell'inquadratura, cara al
cinema hitckockiano. Un semplice suono fuori campo di un'automobile che
si mette in moto - sul primo piano di Herlitzka - prende energicamente
posizione a favore dell'ipotesi (tuttora la più accreditata) che
non si sia trattato di un suicidio, bensì di una fuga con l'aiuto
di una seconda persona rimasta fino ad oggi nell'ombra."L'uovo di
Colombo è ovvio dopo, non prima". Così Fabio Rosi chiude
le sue riflessioni sulle vicende produttive di un film che ha avuto una
genesi di ben cinque anni, l'entusiasmo di tutti coloro cui veniva proposto,
una rassegna stampa corposissima, ma alla fine dei conti nessuna solerzia
nel facilitare il progetto. "Sono, in definitiva, un po' sorpreso,
non polemico, perché questa straordinaria storia italiana la sono
riuscita a girare io, con Dario e Roberto, con due lire e un manipolo
di giovani entusiasti con esperienza relativa". In effetti a pensarci
bene suona strano che nessuna grossa casa di produzione con più
mezzi abbia pensato prima di gettarsi su un progetto così interessante.
"Cinque anni forse non sono nemmeno tanti, viste le lunghissime attese
che di solito impegnano gli esordienti: secondo me che in Italia c'è
un tempo fisiologico di attesa per realizzare i film, una voglia fisiologica
di attesa, e non c'è nulla da fare, bisogna aspettare, chi molto,
chi moltissimo
".
Si può obiettare tutto quello che volete ad Amos Gitai per Kippur
(e ne avrei voglia
), ma certo non gli si può togliere il
merito di aver immaginato un modo nuovo di portare la guerra sullo schermo,
lontano anni luce dalla spettacolarizzazione a tutti i costi cui gli americani
ci hanno abituato (Salvate il soldato Ryan); ma loro le guerre recenti
devono esorcizzarle in quanto errori di presidenti presunti psicopatici
(Nixon) o imposizioni hobbistiche; noi non le abbiamo ancora sufficientemente
riconosciute come necessarie, ma soprattutto in molti casi non le ricordiamo
più. Se nel film israeliano guerra è sinonimo di de-retoricizzazione
spinta al limite tramite piani sequenza ossessionatamene lunghi e banalizzazione
dello sguardo per farlo paradossalmente esplodere nel senso contrario,
ne I nostri anni Daniele Gaglianone recupera tutta la sua esperienza ibrida
di film e video-maker per esporre la sua personalissima visione della
lotta partigiana. Questo è un merito che film cugini e più
ricchi come Il partigiano Johnny non sembrano potersi attribuire. Sono
soprattutto le unità di luogo, tempo ed azione che forgiano la
potenza delle sequenze ambientate nelle montagne della Resistenza antifascista
italiana dei primi anni '40. Unità cui aggiungerei quella cromatica
del bianco e nero, che aiuta la tragicità del racconto ad elevarsi
al di sopra della contingenza e ad entrare nel mito. E la commistione
dei due linguaggi, cinema e video, quella guerra la ambienta contemporaneamente
anche nella mente di Alberto, settantenne, costretto dai suoi rimorsi
a ricordarne quotidianamente gli orrori come se fossero accaduti ieri.
Dal punto di vista esclusivamente linguistico I nostri anni è l'approdo
che ci si poteva aspettare da una prolifica carriera fatta di documentari
e cortometraggi sperimentali, che Daniele Gaglianone ha spesso e volentieri
dedicato proprio alla Resistenza (dal 1991 collabora con l'Archivio Nazionale
Cinematografico della Resistenza di Torino). "Cinema e video sono
due mezzi diversi e occorre essere consapevoli dei loro reciproci limiti.
Comunque io non sono un purista, credo anzi in una convivenza dei due
linguaggi e dei due dispositivi". A Gaglianone, diversamente ancora
da Il partigiano Johnny ma anche da Porzus - che recuperano precisi pezzi
di storia d'Italia, episodi della guerra partigiana sottaciuti -, non
interessa l'esatta riconoscibilità dell'evento storico. La sua
attenzione non è solo puntata sulla memoria, ma sul significato
che questa memoria assume oggi, sulle conseguenze dei ricordi di chi ha
vissuto l'orrore e chi no. "Per uomini come Alberto non sono passati
nemmeno due minuti da certi episodi e allora il tempo diviene una trappola,
un gioco crudele dove il passato non passa e la memoria si trasforma in
ossessione". Quando Alberto (uno strepitoso e bellissimo Virgilio
Biei, che sembra il nonno di Fabrizio Bentivoglio) chiede all'infermiera
dell'ospizio se il signore della stanza 101 sia Umberto Passoni, capitàno
di una brigata di camicie nere che torturò e uccise i suoi compagni,
la risposta vuota della ragazza ci offre con due linee di dialogo il panorama
desolante della perdita della memoria storica. E nel finale, quando sono
ammanettati dai carabinieri che poco prima li avevano inconsapevolmente
aiutati, Alberto e Natalino non riescono a trattenere le risate per il
loro tentativo malriuscito di vendetta. Forse perché adesso l'ossessione
è stata esorcizzata, l'orrore della memoria è rientrato
nei ranghi di una quotidianità banale che non è più,
e mai più sarà, quella della guerra. "Non ci sono parole,
non si può dire nulla e, di fronte a una ferita che continua a
sanguinare, considerazioni legittime e forse auspicabili in sede di riflessione
storico-politica sul necessario superamento del passato, si infrangono
contro il dolore soggettivo che non può essere né valutato
né giudicato". Dove vedremo questo piccolo capolavoro? In
quante sale? La scommessa non vale la pena neanche di farla.
Non so se qualcuno ha presente la quadrilogia in cinque parti di Douglas
Adams che inizia con quell'esilarante romanzo dal titolo Guida intergalattica
per autostoppisti. Tra le altre innumerevoli cose (è una vera e
propria saga) vi si narra di una civiltà extraterrestre che in
un lontanissimo passato raggiunse le competenze scientifiche per costruire
un computer in grado di rispondere alla Domanda Fondamentale. Insomma
si cercava di raggiungere Tutta la Conoscenza del Mondo. Passati milioni
di anni a calcolare, alla fine la risposta alla Domanda Fondamentale risultò
essere "42". La perplessità dell'intera razza aliena
obbligò gli scienziati a costruire un altro computer in grado di
rispondere a quest'altra domanda: "Qual è la Domanda Fondamentale?".
Il calcolatore che avrebbe dovuto pensarci su stavolta aveva una caratteristica
particolare: era in grado di evolversi da solo, ed era composto perciò
di pura materia organica. Fu previsto che nel giro di qualche milione
di anni avrebbe fornito la risposta su quale fosse la domanda la cui risposta
era "42"
Il nuovo computer organico era (è) la
Terra. E proprio in questi giorni sta per scaturire la soluzione. Ma la
Domanda Fondamentale non sarà mai dato di conoscerla, perché
una razza aliena nemica sta per distruggere il nostro pianeta
Se questa fosse la storia di un film di Eros Puglielli, il ventisettenne
regista romano di Tutta la Conoscenza del Mondo non la girerebbe mai,
anche se lo spunto - ma soprattutto le conseguenze sui personaggi - sarebbero
pane per i suoi denti aguzzi. Non la girerebbe perché, nonostante
il talento ampiamente dimostrato negli anni, nessun produttore che conti
qui in Italia gli ha mai dato una possibilità reale, e nei suoi
ormai più di dieci anni di carriera (da quando girava i primi,
spiazzanti cortometraggi in VHS) non ha ancora trovato qualcuno in grado
di metterlo nelle condizioni di fare un film che non si riveli produttivamente
(e poi distributivamente) un'avventura quasi suicida. Per contro bisogna
dare atto all'avvocato Antonio Ciano, con la sua piccolissima e coraggiosa
Nuvola Film, e all'imprenditore Amedeo Bacigalupo (insieme all'intervento
successivo di Raicinema) - che hanno letteralmente racimolato i due miliardi
necessari da amici, colleghi e conoscenti - di aver offerto al regista
quello che si è rivelato il suo primo, vero, importante trampolino
di lancio dopo l'esperienza distributiva disastrata di Dorme: il Forum
di Berlino. A dire la verità Tutta la conoscenza del mondo sta
facendo storcere un po' il naso anche a qualche vecchio (o nuovo) estimatore
di Puglielli. Ma il motivo è facilmente riconducibile all'assuefazione
tutta italiana dei nostri osservatori nei confronti del cinema di casa
nostra. Talmente radicata da non riuscire a scrollarsi di dosso inoculati
pregiudizi neppure nei confronti del caso lampante di Muccino. Se non
c'è l'autorialità (dalla quale Puglielli fugge esplicitamente,
dichiarandosene lui stesso lontano) il regista italiano è automaticamente
relegato in zona Vanzina. A meno che - d'altra parte - non ci sorprenda
con effetti speciali. Per il realismo magico di uno dei più nostri
riconoscibili giovani filmakers, che ha il torto di non esser capace di
riconoscersi in nessuna categoria definita (da chi?), gli strali figli
dell'approssimazione e del pessimismo aprioristico stanno rischiando di
seppellire uno dei pochissimi registi su cui sentirei di scommettere.
Da Berlino la stampa italiana ha resocontato poco o niente su questo film.
Eppure Tutta la conoscenza del mondo rivela le armi di un giovane guerriero,
capace di non consentirti mai di prevedere dove metterà la macchina
da presa e di sorprenderti per inventiva e linguaggio laddove l'argomentazione
è apparentemente più debole. Puglielli racconta con il suo
ultimo film la voglia di vivere, osservando con un occhio leggerissimo
e insieme sarcastico (ma sempre in perfetto equilibrio) la duplicità
dell'uomo e l'ironia che ne sgorga. L'adolescenza è la caratteristica
di ognuno dei suoi personaggi, a dimostrazione che anziani o giovani,
socialmente riconosciuti o ignorati, tutti siamo degni di derisione. Seppur
affettuosamente.
Paragonabile a Leone Pompucci per la facilità con cui sembra muovere
la macchina da presa, Puglielli sembra il prodotto delle acrobazie del
primo Spielberg, veloce, dinamico, sicuro, e dei fuochi d'artificio retorici
del migliore Pennac. E un amante dell'atmosfera serena della commedia
americana degli anni '50. Sembra capace di far apparire sulla pellicola
la sua idea del film e delle inquadrature con un semplice schiocco delle
dita. Eppure i suoi collaboratori vi racconterebbero di giorni di ripresa
in cui bisognava portare a casa 20 minuti di girato buono in 30 minuti
di tempo effettivo a disposizione (e forse quelli sono i momenti dove
più che altrove il film sembra fatto con dieci miliardi
).
Oppure di attori disposti a rinunciare al proprio compenso ed entrare
in compartecipazione sugli introiti. Puglielli vuole far divertire, e
facendolo riesce a dirigere la Mezzogiorno, Marco Bovini, Giorgio Albertazzi
e Claudio Guain come se si fosse girato in tre mesi, invece che in 15
settimane sparse qua e là in un anno e mezzo.
Tutta la conoscenza del mondo non ha ancora una distribuzione, ma spera
di trovarla grazie a Berlino. Sempre che qualcuno si accorga del film,
visto che non è in lucano sottotitolato in ladino, né parla
di mafiose tettone maggiorate. E neppure - ma questo forse è un
male - sa esattamente a chi rivolgersi, come invece sanno quelli cha vanno
in giro stringendo fra i denti una mazzetta di euro per il primo giornalista
disposto a giurarsi un amicone.
Nella selezione ufficiale del 'NoirinFestival di Courmayeur' 1999 un noir
tutto italiano aveva meritato la Menzione Speciale della Giuria e una
certa indifferenza da parte di un pubblico distratto da horror-blockbusters
di basso livello quali Stigmata o Il collezionista di ossa. E' Il prezzo,
film d'esordio di Rolando Stefanelli, che aveva ottenuto numerosi riconoscimenti
internazionali (tra cui il David di Donatello) con lo splendido cortometraggio
in bianco e nero La matta dei fiori (1997) . Il prezzo è già
uscito in sala, ma qualcuno lo sapeva? O meglio ancora: qualcuno l'ha
visto? Eppure la prima prova di Stefanelli è solida sotto tutti
i punti di vista, convincente come quasi nessun esordio italiano degli
ultimi anni e indubbiamente portatrice di una visione molto personale,
dura, spesso addirittura inconciliabile con se stessa e con il suo autore.
Stefano Dionisi è Romano, un alcolizzato e disilluso professore
che accetta di contrabbandare una partita di droga fino in Olanda. Senza
metterla al corrente, invita Alba, una sua vecchia fiamma, per usarla
come copertura e forse per provare a riaccendere il rapporto. Chiara Caselli
ottiene per questo ruolo una Menzione come Migliore Attrice, e in effetti
dimostra una notevole abilità nel sostenere il personaggio, in
bilico tra fragilità emotiva e sospetto, capace di dolcezza e dedizione
nei confronti di un uomo che vuole salvare dall'alcol e dall'autodistruzione,
ma anche di irremovibile durezza quando scopre di essere stata raggirata.
Ottima fotografia (Vincenzo Marano) e presa diretta miracolosa per essere
un film d'esordio italiano. E le splendide musiche jazz di Paolo Fresu
precisano il punto: la propria dignità è il prezzo da pagare
se si ha bisogno di soldi. Soldi con i quali, forse, si vuole ottenere
una certa dignità. Anche in amore. Ma Stefanelli, dicevamo, è
duro. E nessuno dei due, né Romano né Alba si salvano dall'accusa
implicita del regista di non poter fare a meno di dipendere non da droghe
o dall'intransigenza borghese, ma dal cosiddetto pensiero negativo. Un
film ignorato prima di tutto dalla distribuzione che l'ha inserito nel
proprio listino. Una campagna promozionale appena sufficiente per non
cadere nell'inadempimento contrattuale, poi un oblio immeritato.
Tuttapposto, di Franco Bertini, è il secondo film della nostra
rosa di cinque che curiosamente sceglie la strada della commedia, più
o meno all'italiana. Non mi sembra un caso. L'indipendenza non è
più legata necessariamente all'autorialità seriosa (lo è
mai stata?), o alla sperimentazione su argomenti forti. I film di Puglielli
e Bertini dimostrano qualcosa che rovescia un modus pensandi ormai obsoleto:
la necessità di fare cinema a tutti i costi, nelle condizioni più
proibitive possibili come quelle che caratterizzano questi esordi, non
deriva solo dall'esorcizzazione di oscure ossessioni o dall'appartenenza
a movimenti e manifesti politici o culturali, ma sempre più spesso
da singoli progetti slegati da qualunque ambito produttivo (magari lo
trovano strada facendo) e appartenenti ad individualità forti che
emergono nel mare magnum di decine di altri tentativi mai o mal approdati
sugli schermi. E con sempre maggior frequenza queste iniziative, appunto,
sono caratterizzate da una leggerezza di fondo che non vuol più
aggrapparsi ad ipocrite dichiarazioni autoriali. Forse perché non
va più di moda. Forse perché ad essere autori non ci si
guadagna. O forse perché in certi ambienti, diversamente da quelli
ufficiali, paradossalmente si respira una maggiore libertà intellettuale.
Il film di Bertini in più suggerisce che il digitale in sostituzione
della pellicola può essere un ottima scelta quando - in una commedia
- c'è l'esigenza di stare dietro agli attori più che ad
ogni altra cosa, di lasciar loro spazio e il tempo anche di improvvisare.
Il nastro video sicuramente consente più leggerezza e più
libertà di ri-girare, fino al ciak buono. Ma quello buono sul serio.
Pennellate che si possono modificare con altri colori della tavolozza,
se è necessario, visto che pennelli e colori costano un po' di
meno che nel passato e che sono più facili da usare. Il che può
significare però, abbastanza spesso, lasciarsi andare al 'come
viene viene'.A proposito di attori, Tuttapposto ne fa il suo punto forte,
affidando il film nelle mani di interpreti ancora in odor di gavetta ma
molto attenti ad adeguarsi alla compattezza stilistica del progetto, sotto
la direzione del vero demiurgo del film, il regista. Lele Vannoli per
esempio ha alle spalle decine di ruoli da caratterista, comprimario o
spalla, e siamo convinti che tra breve troverà una strada meno
impervia da percorrere.
Per chiudere, ci pare necessario - una coscienza civica che scalpita ce
lo impone - dare le seguenti informazioni. Giusto per vedere velocemente
cosa succede dall'altra parte, dentro le automobili fiammanti.
Le ultime notizie che arrivano dal fronte dei finanziamenti pubblici ai
film di fiction di produzione nazionale riguardano gli ennesimi brocchi
della scuderia Cecchi Gori: "
la commissione per il credito
cinematografico ha deciso di ammettere al finanziamento due film di produzione
nazionale - Commedia sexy di Claudio Bigagli (2.885 milioni), E adesso...sesso
di Carlo Vanzina (2.826 milioni)". I precedenti più immediati
sono Zora la vampira e Al momento giusto. Nonché, ma qui Cecchi
Gori stranamente non c'entra, l'ultimo film di Tinto Brass Angelo nero.
Non ci sembrano necessari altri commenti. Queste sembrano proprio essere
le fiammanti automobili che sfrecciano sull'autostrada.
Speriamo solo che i moscerini non muoiano tutti, e che magari qualcuno
si infili nel radiatore di una mercedes blu, emulando gremlins di dantiana
memoria
Federico Greco
L'ULTIMA LEZIONE,
Fabio Rosi
Le vicende degli ultimi momenti della vita di Federico Caffè, raccontate
attraverso la storia di due suoi allievi che non riescono a farsi una
ragione della sua scomparsa. Attraverso brevi ma significative escursioni
nei meccanismi politico economici dell'Italia degli anni '80 (Consob
),
la scomparsa dell'illustre economista e professore universitario diventa
metafora di un periodo confuso e buioe di un paese senza punti di riferimento
culturali.
Sceneggiatura: Stefano Marcocci, Fabio Rosi, Domenico Tomassetti, Salvatore
De Mola, Gianni Mastrangelo, Massimo Martella (liberamente ispirata al
romanzo "L'ultima lezione" di Ermanno Rea); Fotografia: Werther
Germondari; Musica: Matilda Mothers Project; Costumi: Nicoletta Taranta;
Montaggio: Alessandro Corradi; Produzione: Dario Formisano e Roberto Gambacorta
per Riverfilm; Dur: 90'; Orig.: Italia 2000.
Interpreti:
I NOSTRI ANNI, Daniele
Gaglianone
Alberto e Natalino sono due ex-partigiani che non sono riusciti a dimenticare.
In particolare la loro ossessione e il loro desiderio di vendetta sono
concentrati su Umberto Passoni, all'epoca comandante di un gruppo di camicie
nere che aveva gratuitamente torturato e ucciso alcuni loro compagni.
Si ritrovano dopo decenni per compiere il gesto destinato - nelle loro
intenzioni - riequlibrare la giustizia.
Soggetto e sceneggiatura: Daniele Gaglianone, Giaime Alone; fotografia:
Gherardo Gossi; scenografia: Valentina Ferroni; costumi: Marina Roberti;
suono: Giuseppe Napoli; produzione: Gianluca Arcopinto; distribuzione:
Pablo. orig: Italia, 2000; dur: 90'
Interpreti: Virgilio Biei (Alberto), Piero Franzo (Natalino), Giuseppe
Boccalatte (Umberto Passoni), Massimo Miride (Alberto giovane), Enrico
Saletti (Natalino giovane), Luigi Salerno (Silurino), Diego Canteri (Umberto
giovane).
TUTTA LA CONOSCENZA
DEL MONDO, Eros Puglielli
Due uomini molto diversi condividono un'esperienza straordinaria sui binari
di una stazione romana. Questo fatto segnerà da quel momento le
loro vite. Una studentessa innamorata del suo professore di filosofia,
un uomo su una sedia a rotelle che vuole camminare di nuovo, una giovane
pop star alla disperata ricerca di un maestro spirituale
Soggetto e sceneggiatura: Gabriella Blasi, Eros Puglielli; fotografia:
Luca Coassin, Werther Germondari; scenografia: Fiamma Benvignati; costumi:
Annie Redwood; musica: Giuliano Taviani; Montaggio: Valentina Girodo;
produzione: Antonio Ciano per Nuvola Film/RAI Cinema/Amedeo Bacigalupo,
Eros Puglielli; orig: Italia, 2001; dur: 99'.
Interpreti: Giovanna Mezzogiorno (Giovanna), Marco Bonini (Marco), Claudio
Guain (Claudio), Giorgio Albertazzi (professor Perotti), Cristiano Callegaro
(Alex), Eleonora Mazzoni (Eleonora), Rolando Ravello (venditore di libri),
Luis Molteni (manager dei Soncino).
IL PREZZO, di Rolando
Stefanelli
Romano e Alba sono in viaggio per Amsterdam. Una coppia di innamorati.
Ma la realtà è un'altra: Romano, che trascina la sua vita
in una sorda disperazione, ha accettato l'incarico di ritirare in Olanda
una grossa partita di hashish e di riportarla a Roma. Il problema è
che ad Alba non ha detto nulla
Soggetto: Rolando Stefanelli; Sceneggiatura: R.Stefanelli, Claudio Lizza;
fotografia: Vincenzo Marano; scenografia: Stefano Giambanco; costumi:
Annamaria Marsella; musica: Paolo Fresu; Montaggio: Roberta Penchini;
produzione: Sintra; orig: Italia, 2000.
Interpreti: Stefano Dionisi (Romano), Chiara Caselli (Alba), Alessandro
Repossi, Barbara Lerici.
TUTT'APPOSTO, di Franco
Bertini
Un "Fuori Orario" all'italiana, anzi alla romana, tra tossici
e truffatori, folli innamorati non ricambiati e sedicenti spacciatori
americani. "Tutto in una notte", senza un momento di pausa.
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