n questi giorni sulle pagine dei quotidiani locali rimbalza
la notizia dalla Germania che il regista, attore, scalatore (ecc., ecc.)
Luis Trenker nel '33 regalò un libro con dedica a Hitler e nel
1940 fu "addirittura" iscritto al Partito Nazista.
Da come riportata, la dedica appare piuttosto formale. Possiamo anche
solo immaginare quante altre numerose dediche di artisti ed intellettuali
siano custodite nei libri regalati ai potenti dell'epoca.
Nel documentario dedicato alla sua figura registica Luis Trenker: figliol
prodigo, di cui il sottoscritto ha avuto l'onore di curare la regia,
anche dell'aspetto del tesseramento al Partito si è brevemente
trattato. Insomma, questa non è una novità e non dovrebbe
suscitare particolare scandalo.
Ma, in fondo, di cosa stiamo parlando!?
In Italia non solo abbiamo avuto artisti quali D'Annunzio Vate del fascismo
o Pirandello tesserato post sequestro Matteotti, ma quasi l'intero movimento
cinematografico neorealista che si sviluppò operando in pieno
fascismo: Visconti e De Santis assieme collaborarono scrivendo per la
rivista di Vittorio Mussolini. Ma gli esempi sono pressoché innumerevoli.
Senza neppure accennare ai tanti, tra giornalisti e politici, riscoperti
democratici ricordiamo che, solo per far rima, il Nobel Dario Fo indossò
addirittura la divisa dei repubblichini di Salò. E con ciò?
Con ciò, si può dubitare che Trenker nutrisse ammirazione
per qualche personalità nazi-fascista come Hitler, Mussolini
o Göbbels semplicemente perché l'unica personalità
che ammirava era sé stesso.
Come espresso nelle considerazioni finali del documentario, se procedessimo
con un freddo conteggio di dichiarazioni sparse per la lunga vita dell'autore,
la contabilità delle dichiarazioni filo od anti nazi-fasciste
probabilmente si chiude alla pari. Ma non è così che si
può fare chiarezza sul valore di una filmografia, su quello di
una carriera e sulla stessa lunga vita di un uomo.
Nei film di Trenker non vi è nulla che oggi potrebbe imbarazzarci
per razzismo o nazionalismo. Anzi! A parte un diffuso cattolicesimo
di stampo tradizionale, ciò che emerge con forza è un
certo spirito anarchico e l'amore per i popoli (tutti) della montagna.
Niente di paragonabile, quindi, con le responsabilità, ad es.
di una Leni Riefenstahl.
Ma soprattutto, non possiamo dimenticare che Trenker dovette imboscarsi
a Venezia per sfuggire alla Gestapo di un Göbbels che lo voleva
morto in quanto traditore.
Il Cineforum Bolzano dal 2006 ha dedicato il premio del Festival Borderlands-Terre
di Confine proprio alla sua figura. Non credo che si sia optato per
questa scelta né in modo superficiale né, tanto meno,
perché convinti che egli fosse un nazista. Luis Trenker, nonostante
un conclamato caratteraccio, rimane il regista italiano più importante
degli anni '30 e spiace riscontrare che ad oggi nessuna via cittadina
gli sia ancora stata dedicata.
La Germania è un paese che ha fatto i conti con la propria storia
fino ad arrivare ad esprimere oggi anche movimenti estremi ed imbarazzanti
come gli Antideuscht che un po' psicoanaliticamente arrivano a teorizzare
lo stesso sterminio del popolo tedesco. Contrariamente, l'Italia sì
è prontamente e sbrigativamente auto-assolta: "Italiani
brava gente!" Così oggi, mentre il razzismo dilaga dalla
politica alla società civile (rieccheggiano ancora le parole
di chi, anche qui da noi pochi anni fa, delirava di gasare gli zingari),
ipocritamente si vuole l'oblio di chi piuttosto rappresenta una figura
meritevole di un finalmente giusto riconoscimento. Luis Trenker ha già
pagato una vita passata barcamenandosi lungo un difficile confine.
Andreas Perugini