Dimenticate il ministro italiano della Cultura, che dice che il cinema del
suo paese fa schifo. Sta emergendo una nuova generazione di registi italiani
che fa pensare agli anni d¹oro del neorealismo, mezzo secolo fa, mentre
alcuni registi venuti alla ribalta allora o poco dopo sono protagonisti
di ritorni da segnalare. Luciano Emmer, 84 anni, ha appena fatto un film
dopo dieci anni di pausa, mentre con Il mestiere delle armi il settantenne
Ermanno Olmi ha realizzato una delle opere più maestose della sua
carriera.
Nanni Moretti, che ha vinto la Palma d¹oro a Cannes l¹anno scorso
con La stanza del figlio, è solo uno dei tanti giovani italiani promettenti.
Non meno forte, benché meno noto fuori dai confini italiani, è
Giuseppe Piccioni. Chiedi la luna (1991) e Fuori dal mondo (1999) lo hanno
consacrato come un realista dal tocco profondamente umano. Luce dei miei
occhi, il suo ultimo film, è anche il suo più bello.
È la storia, delicata ma molto emozionante, di una madre single e
di un autista che diventano amici dopo che lui quasi investe la figlia di
lei che sta rincorrendo il suo gatto. All¹apparenza i due hanno poco
in comune e la donna diffida profondamente delle intenzioni di lui, anche
verso la bambina. Lentamente però tra queste solitudini nasce un¹amicizia
e forse qualcosa di più.
Piccioni non fa mai appello ai sentimenti facili. Al posto di immagini vistose,
usa lunghi primi piani insoliti in un film per il grande schermo
che consentono allo spettatore di cogliere gli sguardi e le sfumature persino
prima che ne siano consapevoli i personaggi. Con Luigi Lo Cascio e Sandra
Ceccarelli, Piccioni ha trovato due giovani interpreti di grande profondità,
perfettamente intonati al tono mai forzato del film.
Le fate ignoranti è un altro bell¹esempio di realismo, realizzato
non da un italiano ma da un turco che vive a Roma, Ferzan Ozpetek. Come
Luce dei miei occhi parla di una relazione inattesa e dà nuova profondità
alla nozione di neorealismo. Rispetto ai classici degli anni ¹40-50,
infatti, il realismo non ha più bisogno di parlare di miseria, povertà
e delle classi umili della società; oggi può, e deve, occuparsi
delle classi medie.
Margherita Buy, una delle protagoniste del nuovo cinema italiano, è
un medico che ha perso il marito in uno strano incidente d¹auto e che
deve affrontare alcune verità inaspettate quando viene a sapere che
suo marito era omosessuale e che ha condotto per anni una doppia vita. Il
film prende una piega imprevista quando la donna rintraccia l¹amante
del marito e diviene intima amica dell¹uomo. I due non possono innamorarsi,
ma Ozpetek, sottolineando come i legami tra gli essere umani possano basarsi
su qualcosa di più, e di meno, del sesso, ci dà una toccante
lezione di umanità.
Tornano alla ribalta anche le donne, in Italia si segnalano di nuovo registe
di successo per la prima volta dai tempi di Lina Wertmüller, negli
anni ¹70. In Domani, Francesca Archibugi ci offre un¹acuta analisi
dell¹impatto di un terremoto in una cittadina dell¹Umbria. Un
po¹ sdolcinato nel finale, il film emoziona mostrando come nelle avversità
possano nascere nuovi amori e nuove amicizie tra estranei.
È il classico film corale molto di moda nel cinema italiano. Come
Il più bel giorno della mia vita di Cristina Comencini tre
generazioni di una famiglia afflitta da molti problemi che ripropone
lo stile agrodolce di questa regista. Figlia di un cineasta di prestigio
come Luigi Comencini, dal padre ha preso il talento nel dirigere attori
dotati portandoli a livelli memorabili, tra loro Margherita Buy, i citati
Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli di Luce dei miei occhi, e la formidabile
Virna Lisi, ascesa dalle frivole commedie rosa degli anni ¹60 a personaggi
carismatici, come la Caterina de¹ Medici del film di Patrice Chereau
La regina Margot (1994). Un veterano ancora al lavoro è Luciano Emmer,
che debuttò nel 1949 con il neorealista Domenica d¹agosto, ventiquattr¹ore
nella vita di un gruppo di romani in gita a Ostia nella canicola dell¹estate.
Il suo nuovo film, Una lunga, lunga, lunga notte d¹amore rivisita il
neorealismo, recuperando quella formula cinquant¹anni dopo con una
mezza dozzina di storie che si intersecano nella notte più lunga
dell¹anno, quella del solstizio d¹inverno. Emmer gira come se
avesse metà dei suoi anni.
Ermanno Olmi, che esordì con Il posto (1961) nell¹alveo del
neorealismo, si è trasformato in un artista di qualità del
tutto diversa. Il mestiere delle armi, ambientato nel XVI secolo, mescola
epica e suggestioni moderne. Nella storia di Giovanni de¹ Medici, comandante
dell¹esercito pontificio, morto nel 1526 in seguito a ferite da cannone
riportate in combattimento sulle sponde del Po, Olmi scorge un presagio
della forza distruttiva degli armamenti contemporanei. L¹universo della
guerra, sembra voler dire, fece un balzo enorme in quell¹epoca
un cieco progresso della tecnologia di distruzione a cui ci siamo fin troppo
abituati. Era dal 1974, dai tempi del Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson,
che un film storico non arrivava a una tale potenza e concisione espressiva.
Sullo schermo, gli italiani sono tornati.
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