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  • Immagine del redattoreAndreas Perugini

Evento speciale: Free Gaza!

Evento ancora da definire: mercoledì 13.3.24 h 20:20 al Videodrome di Via Roen 6

Relatore Sabri Taha

200 METRI

Regia di Ameen Nayfeh. Un film Da vedere 2020 con Ali SulimanAnna UnterbergerMotaz MalheesLana ZreikGassan Abbas. Titolo originale: 200 Meters. Genere Drammatico, - PalestinaGiordaniaQatarItaliaSvezia2020durata 86 minuti.


UN FILM DICHIARATAMENTE POLITICO CHE TROVA NELLE FERITE DI UNA TERRA LA METAFORA DEL MALE CHE LA AFFLIGGE.

Recensione di Roberto Manassero 


La famiglia di Mustafa e sua moglie Salwa è divisa dal muro che separa palestinesi e israeliani in Cisgiordania. Lui si rifiuta di accettare il visto di lavoro israeliano per risiedere nella propria terra e così ha scelto di vivere oltre la barriera, separato dalle persone che ama. La situazione mette in crisi la famiglia, ma Mustafa e Salwa fanno di tutto per far funzionare le cose. Un giorno Mustafa viene avvisato che il figlio ha avuto un incidente: l'uomo si precipita al checkpoint israeliano, ma a causa di un problema burocratico gli viene negato l'ingresso. Disperato, chiede aiuto a un contrabbandiere e insieme ad altri passeggeri s'imbarca in un viaggio sulle colline lungo le quali scorre il confine. Un viaggio di chilometri per coprire una distanza idealmente percorribile in appena 200 metri...

Un piccolo film dichiaratamente politico, che alla maniera delle commedie balcaniche trova nelle ferite di una terra la metafora del male che la affligge.

La geometria insegna che il modo più veloce per unire due punti è tracciare una retta. La vita e la Storia, però, hanno da sempre altre regole, altri piani, e le rette possono spezzarsi di fronte a un muro o diventare linee circonflesse e tortuose che uniscono i punti in maniera imprevedibili. In Cisgiordania, nelle zone dove scorre la "barriera di separazione" (così la chiamano gli israeliani) eretta a partire dal 2002, capita che due case distanti appena 200 metri siano in realtà separate in maniera insanabile. Solo una luce può unirle: non l'amore reciproco delle persone che le abitano, né tantomeno la politica, che da decenni non riesce, non può, non sa o non vuole risolvere un problema che insanguina una terra, affligge un popolo e crea uno stato di guerra permanente. Ameen Nayfeh, regista palestinese al primo lungometraggio, ha racchiuso la realtà di uno dei luoghi simbolo della conflittualità contemporanea nello spazio minimale occupato da una famiglia palestinese - padre e nonna da questa parte del muro, madre e figli dall'altra, nel territorio d'Israele - e lo ha allargato alle alture oltre le città, agli spazi pattugliati dall'esercito israeliano e attraversato da trafficati e coraggiosi semplici cittadini. La metafora è evidente, fin ovvia, e illustra il paradosso di due nazioni che condividono lo stesso territorio, divise però da rapporti di forza sbilanciati. I palestinesi, popolo sconfitto, diseredato, disunito, sono costretti a vivere fuori dalla realtà, o meglio ancora in una realtà surreale, in cui la geometria è surclassata dalle leggi degli uomini.




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