Il Tempo e l'Acqua
28 ottobre h20:00 sala Videodrome-Cineforum Bolzano, via Roen 6
Regia di Sara Dosa. Un film Genere Documentario - Islanda, USA, 2026

Tratto dal libro dello scrittore islandese Andri Snær Magnason, si muove con efficacia tra memorie personali e denuncia ambientalista della perdita dei ghiacciai d’Islanda.
“Come si dice addio a qualcosa che si credeva non si sarebbe mai perduto?”. È in questa dolente riflessione, punta dell’iceberg di dolore della voce narrante, che Il tempo e l’acqua trova l’abbraccio tra le due correnti di pensiero che fin lì l’avevano percorso in maniera precisa ma mai così evidente. Quale può essere, infatti, il modo giusto per salutare la dipartita degli affetti relazionali – in questo caso gli amati nonni Àrin, Hulda e Jòn – e di quelli geografici, che per un abitante di una terra ancora selvaggia come l’Islanda non possono che essere i suoi ghiacciai?
Tratto dall’omonimo libro dello scrittore Andri Snær Magnason, qui diventato voce narrante della sua stessa opera letteraria, il documentario diretto da Sara Dosa risponde a questa domanda provando a dare forma visiva al viaggio nei ricordi e nella crisi climatica fatto dal suo protagonista a partire da una precisa data: il 2014, anno della morte del ghiacciaio Ok. Per Magnason si è trattato di un evento epocale perché lo scioglimento ufficiale del ghiacciaio più piccolo d’Islanda ha rappresentato la definitiva perdita delle certezze di uomo e ambientalista. Il cambiamento dell’ambiente non era più allora una minaccia – come ricordato anche recentemente – ma una realtà che modificava anche il senso della vita e delle sue piccole cose. Il tempo e l’acqua è esplicito sin dall’inizio: il documentario vuole essere un messaggio nella bottiglia lasciato ai posteri, o meglio, una lettera audiovisiva per figli e nipoti che tra duecento anni, tempo stimato dai glaciologi per la perdita di tutti i ghiacciai della nazione nordica, probabilmente vorrebbero chiedere a noi, se ne avessero la possibilità, cosa vuol dire aver convissuto con queste solide quantità di acqua dolce per millenni prima che le scelte antropiche di industrializzazione ne distruggessero le condizioni.
Dosa è, in questo senso, molto precisa a rilanciare registicamente le migliori intuizioni poetiche di questo tentativo di trasmissione fantasmatica – “Non ci incontreremo mai perché viviamo in epoche differenti. Non posso mandarvi un ghiacciaio ma posso mandarvi questo” – con alcune straordinarie inquadrature che mostrano la potenza di ciò che irrimediabilmente va scomparendo: distese di ghiaccio infinite che si aprono in faglie pericolose anche per chi le ha causate, il suono di ghiacciai che si muovono sempre meno, uccelli che si estinguono per la perdita del loro habitat. Pur con qualche didascalismo formale nel lavoro di archivio, ecco che anche l’alternanza con i filmini in super 8 e le quiete ma importanti imprese dei nonni contribuisce a rendere evidente come la trasformazione della natura coinvolgerà anche le esperienze fisiche delle prossime generazioni coi luoghi d’appartenenza. A loro non toccherà più l’epica dell’esplorazione del ghiacciaio Vatnajökull ma, più probabilmente, l’affissione di una targa in rame che chiude la messa funebre per qualche sua collega. E sì, sarà surreale come ammette lo stesso Magnason, intonare un’orazione per la morte di una distesa di ghiaccio ma è l’unica forma di rímur che oggi, purtroppo, è possibile.
[MarioTurco - Sentieri Selvaggi]




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